E’ un onore per me essere ospitata qui su Style e ringrazio ancora la gentilissima redazione per l’opportunità. Gikitchen, la cucina di Gi, non è un food blog ma una cucina dove si producono fumetti e l’esatto contrario: etti di fumo. Sostanzialmente dò i numeri. E non in etti o chili ma in tonnellate.
Mi chiamo Giulia Guardo anche se qualcuno mi chiama Grazia. Sono nata il dodici dodici alle dodici e sono la dodicesima nipote. Non nella stanza numero dodici dopo dodici ore di travaglio perchè mamma non si è impegnata abbastanza e glielo rimprovero spesso. Il mio nome è formato da dodici lettere che sia Giulia Guardo o Grazia Guardo. Da piccola mi chiamavo Iaia e la mia prima parola è stata cucca cioè: acqua. Per questo motivo ho un pesce sulla caviglia che si chiama Gippy con tre bollicine di aria che rappresentano me, mamma e papà. E’ sulla caviglia perchè a due anni mi piaceva stare immobile dentro le pentole e ridere. Mamma dice sempre che non volevo altro. Indicavo il mobile della cucina e facevo segno di tirare fuori la pentola. Mi ci infilavo dentro e ridevo. Poi guardavo giù e dicevo “cucca”. Mamma metteva l’acqua e ridevo fortissimo. Ho messo un pesce dove prima c’era l’acqua e ora non c’è più.
Sono una figlia unica viziata che colleziona borse, smalti e fobie; vivo da sette anni con un un Nippotorinese, ovvero un Torinese poliglotta che ama parlare giapponese e anche cinese perchè gli piace esagerare e ricordarmi che non so usare correttamente il past tense. Ho ben più di dodicimila difetti e pochissimi pregi. Corro per dodici chilometri al giorno e sforno almeno dodici ricette a settimana. Ho dodici progetti visivi e fotografici e trascorro la mia giornata con ben più di dodici apparecchi tecnologici. Dodici, o forse tredici, sono le mie personalità e ho una particolare predilezione per i nani da giardino perchè nella piccolezza e nell’umiltà vi è la salvezza. Sono vegetariana perchè non mangio gli amici ma faccio poche storie e li cucino per il profondo rispetto verso chi purtroppo deve condividere la sua esistenza con la mia. Avevo un coniglio bianco ma nonna non mi aveva spiegato che sarebbe finito in una pentola per Pasqua. Da allora inseguo il mio bianconiglio fantasma cercando di ingannare il tempo.
Ho suonato per più di dodici anni il pianoforte e poi ho smesso. Ascolto Hisaishi e Sakamoto. Guardo Lynch, Burton e Kim Ki Duk. Mi annoio facilmente nello stesso modo in cui mi esalto dopo neanche tre minuti. Non ho molti amici perchè mi piace avere il meglio. A dieci anni mi sono chiusa in camera per disegnare la mia prima collezione di moda perchè dovevo diventare una stilista famosa ma poi il giorno stesso ho inventato un racconto con un serial killer che tagliava i capelli e faceva pupazzetti e ho scoperto il mio lato oscuro e non sense. Mi sono innamorata di Michael Myers invece che di Luke Perry di Beverly Hills perchè il mio tipo non è il “bello e dannato” ma lo “psicotico problematico”, forse per affinità elettive.
Mamma costruiva una tenda, al pomeriggio, usando delle sedie e una coperta. Mi faceva entrare dentro e mi diceva “inventati un mondo oggi”; l’indomani ce ne sarebbe stato un altro e un altro ancora. Talvolta entrava anche lei e lo spazio ce lo facevamo bastare. Sono stata sua figlia, sua madre, la sua vicina di casa, una passante, una maga e una strega. Per questo motivo il mio alter ego fumettoso si chiama Maghetta Streghetta; rappresenta il contrasto tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere. Papà a due anni mi ha tolto i braccioli, mi ha abbracciato fortissimo, mi ha dato un bacio sulla fronte e mi ha buttato in acqua. “Sai nuotare. Tu sai fare tutto amore mio”, e nonostante io gli dimostri ancora adesso l’esatto contrario lui continua a dirmelo.
Ho perso più di ottanta chili ( 50 con la nutrizione parenterale e i restanti con una dieta e tanto sport) e non l’ho mai scritto sul mio blog o in rete perchè buttare la maschera in casa propria è più facile che in una piazza pubblica. Ed io oggi esco allo scoperto: qui. Perchè voglio sentirmi particolarmente coraggiosa anche se sto tremando; ma in principal modo per essere coerente e vera sin dall’inizio.
Non sono una food blogger. Non sono sostanzialmente nulla se non semplicemente una donna che vi invita nella sua cucina e vi racconta la sua storia. Friggendo dolori e mantecando colori. Bollendo e salando storie e facendo polpette di paure e fobie per impastarle a sogni e vita. Parlo di cibo ogni giorno per avvicinarmici e non avere paura. Lo faccio, spogliandomi completamente, per cercare di sconfiggere un mostro alla luce del sole e non al buio. Il mio sogno è disegnare mostri e pupazzetti e dar loro vita. Sedermi in un cerchio tra bambini, adulti e anziani e raccontare mondi. Quelli che attraverso, invento e cancello da una vita per non sentirmi sola.
E’ un’enorme cucina sotto una tenda, questa. Fragilissima come solo una coperta tenuta da due sedie può essere ma al tempo stesso solidissima perchè tenuta dall’interno da una bimba che disperatamente non ha voluto mai che il mondo le crollasse addosso.
Dovrei ringraziare tantissime persone adesso e leggendo sanno esattamente che sto parlando di loro ma oggi non ringrazio nessuno se non me.
Perchè la feroce autocritica e l’odio pericoloso per me stessa mi hanno sempre distrutto e fatto intraprendere percorsi pericolosi ma.
Ma una carezza oggi voglio farmela e dirmi ” brava Iaia”; a dimostrazione del fatto che basta davvero credere pochissimo in se stessi per salvarsi o perlomeno provarci. E che si può sconfiggere un mostro affrontandolo ogni giorno con uno stuzzicadenti piuttosto che eliminandolo con un’ arma letale in un colpo solo. Occorre pazienza e caparbietà.
Grazie infinite a chi deciderà di trascorrere del tempo con me in questa cucina un po’ sopra le righe.
Fidarsi di una con un fiocco rosso in testa è difficile, me ne rendo conto ma. Ma che io ci speri è innegabile.
Posso smetterla ora di annoiarvi con la mia vita e cominciare con una ricettina veloce e sfiziosa post bagordi natalizi? Bene. Si comincia!
Da domani qui non si smetterà di disperarsi insieme per i chili accumulati. Nel frattempo direi proprio di farci l’ultimo panino (scegliamolo di almeno 700 grammi però).


















