Te lo dico io come sopravvivere in Sicilia- il tragico ritorno

Con la prima puntata di “Te lo dico io come sopravvivere in Sicilia” pensavate di esservela cavata, nevvero? Vi vedo già fissare il monitor inebetiti dalle mie idiozie circa cartocciata, patè, siciliana e cipollina sibilando “ma questa è matta? che sta dicendo?”.

I pezzi di tavola calda non sono frutto della mia esagerata e psicolabile fantasia ma una secolare realtà culinaria (mi piace esagerare, embè?). Ordunque semmai ti fossi perso cotanto delirio non hai che da cliccare qui per restare al passo con questo Corso che vuole essere un vero e proprio monumento letterario (non ho bevuto eh. Solo succo d’ananas ma mi piace dire sciocchezze, embè? E mi piace pure dire embè a quanto pare) capace di raccogliere in formato bignami i punti salienti ed essenziali per tutti quelli che coraggiosamente hanno deciso di fronteggiare “La Sicilia in Tavola”.

Come per i pezzi di tavola calda la quantità esagerata e la moltitudine dei pezzi della colazione in Sicilia (anche oggi trattiamo solo la provincia di Catania e dintorni ma non mancheranno le altre, ci mancherebbe santocielo!) non dovranno in alcun modo stupire. Le varie diramazioni e declinazioni di gusti verranno ampiamente sottolineate e specificate ma basti sapere che fondamentalmente i pezzi della colazione in Sicilia, reperibili dal più piccolo baretto di provincia sino ad arrivare a quello rinomatissimo nel cuore e centro della città, possono essere semplicemente riassunti così:

Cornetto, Raviola, Iris, Panzerotto, Brioche con il tuppo, Treccia, Graffa.

Siamo alle basi eh. Come per un’aspirante fashion victim sarebbe dire: “ti occorrono scarpe con tacco 12, stivalotto volgare per le giornate tristi, borsa degna di tale nome, occhiali spiritosi e cappello”. Ma non confondiamoci le idee o perlomeno proviamoci.

Il Cornetto sì è proprio quello universale che in tutto lo Stivale, isole comprese, generalmente spopola durante le ore del mattino. Il Cornetto siculo non è chiaramente quello dell’Autogrill, nulla togliendo alla suddetta società che amo in maniera viscerale perché vende le caramelle nel deserto dell’asfalto e le bibite energetiche nauseabonde al mirtillo che mi piacciono anche se poi sto malissimo. Innanzitutto sono le dimensioni a variare (e quindi a ben pensarci si potrebbe asserire che il Cornetto Siculo non è chiaramente quello del resto dell’Italia) perché il Cornetto Siculo è almeno il doppio del classico prodotto da forno. Esiste una legge in Sicilia. E’ segreta, massonica e pochi avranno il coraggio di rivelarvela ma io che sono devota alla coerenza e alla verità sono qui impavida e senza timore pronta a proferirla. Il cornetto siculo non è mai vuoto, regola numero uno. Il cornetto siculo non è mai con la marmellata, regola numero due. Bevi un bicchiere d’acqua e prosegui. Se stai iperventilando, tranquillo/a è tutto regolare. Inspira espira e procedi. LENTAMENTE. Ripeto LE-NTA-MEEE-NNNTTTE occhei?

Il cornettogeneralmente servito vuoto in modo da poterlo accompagnare con le confetture che si preferiscono, è un must nel resto delle regioni. Per il Siciliano il cornetto vuoto è un affronto. Provate ad offrirgliene uno. Certamente la volontà di non essere sgarbato farà sì che lo mangi ugualmente ma quell’angolo laconico sulla sinistra dell’iride vi farà percepire quanto disprezzo stia provando per siffatta scelta.

Il cornetto deve essere grondante di crema; che sia nutella o crema di pistacchio e cannella sino ad arrivare alla crema pasticcera vanigliata o cannellata e al cacao, ma non deve in alcun modo contenere roba leggera come può essere la marmellata o PEGGIODIPEGGIO vuoto. Molti bar adesso possiedono il cornetto vuoto ma quasi un decennio fa quando il Nippotorinese (il povero pazzo che ho fatto trasferire da Nord a Sud, sì) si aggirava le prime volte in territorio straniero abbiamo proprio fatto un sondaggio e, basandoci su casistiche che posso tranquillamente documentare, solo un bar su venti aveva il cornetto vuoto. Cinque su venti quello alla marmellata. L’immancabile è nutella-crema pistacchio-crema. Il Siculo tiene quattro cornetti vuoti  e un po’ con la marmellata giusto per fare contento “il rappresentante di Milano venuto per una giornata lavorativa in Sicilia”, o “quel turista fissato con questa crema di frutto puahhhhcheschifo”. Un vero siculo non cede alle lusinghe del “no grassi solo frutta” ma ci infila dentro un cannolo imbottito e un altro cornetto se necessario, ergo: non stupitevi se il cameriere vi guarderà con sospetto o declinerà un timido “del nord sei vero?” perché è chiaro che per lui sei forestiero e peggio ancora non ti avventuri nella cultura sicula. Cosa c’è di peggio che andare a Tokyo e mangiare Pizzaandare in America e chiedere un bel piatto di pasta? Se sei andato in Sicilia e prendi un cornetto vuoto potevi pure startene a casa. Con la crema di pistacchio santo cielo! RAGIONA! Con otto tonnellate di crema ma SANTOCIELO POSA QUEL CORNETTO VUOTO! POSALO SUBITO!

Per questo motivo l’affare cornetto è di fondamentale importanza per una corretta sopravvivenza. Mai si potrà rendere più felice un cameriere siciliano dicendo “mi consiglia il cornetto al pistacchio?” (ci uscirà pure il pezzo più grande e un abbraccio. Al siciliano piace sempre che si renda omaggio alla sua terra. Poco importa l’intossicazione alimentare santocielo).

Andate ordunque impavidi e cornettate al pistacchio. Al vuoto e al light e a quelle maledette cremine senza grassi baderete poi con calma non appena tornati in patria. E finiamola con il salutismo! Sfondatevi! (generalmente dico l’opposto ma sono nella fase “Sicula mode on” e devo essere credibile. Nessuno osi contraddirmi).

Sulla Brioche (nel messinese si chiama con il tuppo) c’è da fare un capitolo a parte e così sarà. Perché la brioche qui in Sicilia, soprattutto nel catanese definita “brioscia”, oltre ad essere portabandiera della nazione-pianeta Sicilia (così giusto per non esagerare), ha un’essenza complicata. Nel terzo capitolo di questo Tour si approfondirà il discorso Granita (sua fida compagna) ed è per questo che oggi la classificheremo velocemente come accompagnamento alla granita o al gelato. Ritorneremo sull’etimologia del tuppo e della brioscia, certamente.

La Treccia somiglierebbe un po’ a una sfoglia cornettosa ibrida ed anche a quei panini di sfoglia con uvetta che si trovano in quel di Marsiglia, giusto per capirci o in tutto il territorio Franssssccese (scritto così). In realtà è un pezzotto da colazione ambitissimo e gustoso che generalmente accompagna il cappuccino. Se quindi è vostra intenzione gustare un cappuccino, prendendo atto che il Siciliano lo detesta e che qui si fa il caffè e mica “ste cose schiumate”, potreste lanciarvi nell’assaggio di codesta meraviglia che risulta non troppo pesante (sottotitolo: rispetto al resto, mi pare ovvio. Occorre sempre basarsi sui parametri degli indigeni del luogo di cui faccio parte con sommo onore).

L’Iris è un panino al latte fritto. Lo so. State fissando il monitor agitando la testa e dicendo “NOOOOOO NON CI CREDOOOOOOOOOOO”. In pochi lo sanno (anche qui eh, intendo) ma trattasi semplicemente di un panino al latte fritto con dentro un’imbottitura che sia di cioccolato, crema o pistacchio (poteva essere vuoto? e si ritorna al punto uno di cui sopra). E’ una piccola bombetta fritta che nasconde meraviglie cremose pronte a ustionarti felicemente come i pezzi di tavola calda (ricordi l’immagine del nonno nordico che mostra orgoglioso le ferite subite alla Playa? No? e allora clicca qui). La superficie è granulosa “a causa” dell’impanatura ed è una delle ottave meraviglie dell’universo. Ve ne sono infinite variazioni ma se l’Iris non è troppo mollicoso e ha la giusta dose di crema senza esagerare nel senso di pochezza (accade raramente) e moltezza, beh. E’ il delirio gustativo e rimane comunque uno dei pezzi degni di nota.

La Raviola alla ricotta altro non è che un malloppotto fritto con dentro una crema di ricotta che vira all’essenza di cannella ma che potrebbe anche nascondere meraviglie al cioccolato magari con qualche pezzotto. Per chi non ama la ricotta, seppur quella dolce sia completamente diversa dal classico formaggio, sarà bene stare lontani. E’ importante ricordare però, nonostante ne abbia sproloquiato fino allo sfinimento, che la ricotta all’interno dei dolci siculi è sempre diversa. Secondo la zona dove vi trovate il gusto del cannolo e della cassata, giusto per citare i dolci principi della pasticceria siciliana, non solo saranno diversi ma sembreranno dolci ben distintiLa Raviola fritta con la ricotta rimane uno dei pezzi di colazione più gustosi per chi è una buona forchetta e non bada certamente all’apporto calorico, ma sicuramente anche uno dei più pesanti.

Il Panzerotto (con la zeta decisa eh. Non Panserotto. PANZEEEROTTTO!) generalmente è nelle declinazioni crema bianca o cioccolato ma non sarà difficile trovarne anche versioni con pistacchio o creme più particolari aromatizzate. Il panzerotto, al contrario del molliccio iris, è soffice e ha una pasta biscottata quasi come fosse frolla ma morbida e gustosa. E’ davvero un idillio il panzerotto fresco appena sfornato. Vien voglia di mangiarsene otto chili dopo il primo morso ma ahimè dopo il terzo ci si rende conto che sarà dura finire già il primo. Una delle accoppiate più coraggiose ma sicuramente più gustose è il panzerotto al cioccolato con la granita di mandorle. Una goduria suprema che non mi concedo da anni e che quando rinsavirò non potrà che spingere a correre ai ripari e morire lì sul tavolino del lungomare dopo averne mangiati nove chili. O forse dodici.

La Graffa era la mia preferita. Nonostante il panzerotto al cioccolato con la granita di mandorle abbia un suo perché, confesso che nel mio cuore vi è la graffa. Sarà per questo che sto navigando tra la bava riversatasi sulla tastiera? (dovrei omettere queste atroci realtà)

E’ un po’ una sorta di krapfen ma in un’accezione diversa. E’ un ciambellotto fritto morbidissimo che odora chiaramente di cannella come tutta l’isola e sopra ha tanto zucchero semolato attaccato. Non zucchero a velo che vola via eh. Proprio zucchero semolato a chicchi enormi attaccato che si riesce a immobilizzare lì grazie all’unto dell’olio nel quale è stato fritto. Se quest’ultimo non è esagerato,  se è stata fritta alla temperatura giusta con olio buono e pulito ed è stata asciugata opportunamente (e non è davvero difficile che si verifichino facilmente queste condizioni) la graffa vi farà impazzire. E’ soffice e gustosa e santocielo come vi ho chiesto di mangiare una Siciliana in memoria di me fatelo pure con una Graffa. Anzi, ascoltate il consiglio di una povera vecchia come me: prendete una graffa e schiaffatela dentro una granita al pistacchio. Poi con calma mi manderete lettere di ringraziamento e proposte di matrimonio.

Una variazione della graffa (perché l’impasto è uguale) è la Bomba ma in forma rotonda e ripiena con crema di cioccolato, pistacchio o crema.

In linea generale questi sono i pezzi della colazione sicula più tipici della provincia di Catania e dintorni, non contando che comunque vi saranno sempre dei dolcetti al cioccolato o alternative speciali del bar in cui vi trovate. La cosa incantevole, e che confesso mi rapisce, è che ognuno poi studia una propria versione se non addirittura la crea. Le basi elencate sono quelle standard che non mancano mai e se succede è solo perché se le sono già belle che sbafate;  è emozionante imprimere l’indice sul vetro e sentirsi dire “Questa è una specialità del nostro pasticcere”.

E nuovi impasti, imbottiture e meraviglie. Certo il pistacchio, la cannella e le mandorle con gli agrumi sono ovviamente nella pole position degli ingredienti. Del resto dove si eccelle si lavora ma è davvero romantico e a tratti fiabesco entrare in realtà diverse e fantasiose ogni santa volta. Ed io non smetto mai di stupirmi. Sino a pochi giorni fa sono rimasta abbagliata da quella che poteva sembrare una sorta di cinnamon roll con cannella ma che al contrario era un’opera suprema di pasticceria siciliana.

La colazione in Sicilia, nonostante preveda la granita soprattutto nel Catanese-Messinese-Siracusano e ne sproloquierò la prossima volta come anticipavo prima, è prettamente rivolta a: caffè e pezzo di colazione (non è che sia così astrusa la scelta contrario però; nel senso caffè e pezzo di tavola calda. Che a un bell’arancino alle otto del mattino nessuno riesce a dire di no. Intendo nessuno che sia sano di mente).

Il cornetto giustappunto è poco in voga. Molto meglio una raviola fritta, va. Nonostante ci siano chiaramente tutte le varie declinazioni del caffè poi, è sempre un bene attenersi a un semplice espresso. Non me ne vogliano i miei compaesani ma oltre a me, conosciuta nell’intergalassia per il mio caffè orrendo, non è che qui ci sia tutta questa grande cultura riguardo al caffè.

Un esempio fulgido è Napoli. Qualsiasi porta io abbia varcato  che poteva essere dall’albergo a nove stelle sino ad arrivare all’adorabile bettola, Napoli serve caffè davvero imparagonabile e santocielo indimenticabile. In Sicilia vi è quest’uso un po’ forte e un espresso è talvolta troppo invadente e deciso. Certamente verrà addolcito dalle meraviglie che lo accompagneranno ma è giusto essere onesti e ribadire che no. Sul caffè a livello generale proprio proprio non ci siamo. Io non posso dare nessun tipo di colpa alla cultura. Lo faccio proprio schifosisssssissamente grazie anche al fondamentale apporto dell’insegnamento di Mamma, anche lei abilissima a farne uno talmente forte e pazzesco capace di far pogare un mammut a un rave party dopo otto chili di ansiolitici. Con una semplice tazzina, intendo.  Con un barattolo di 500 grammi Fernanda ci fa tre moke da tre in pratica.

Se è un piacere per voi essere coccolati  con il dolce piuttosto che con il salato della tavola calda sarete felicemente estasiati dalla presenza dei pezzi della colazione sicula per tutta la giornata. La scelta è infinita.  Senza contare poi i vari dolci e dessert tipici che verranno elencati certamente nelle puntate a seguire della rubrica “Te lo dico io come sopravvivere in Sicilia” (sottotitolo: si fa per dire).

Non ci resta che attendere fremendo (basta mentire sforzandosi) il terzo puntatone sulla Granita Siciliana.

 

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Te lo spiego io come sopravvivere in Sicilia

La mia terra ben presto accoglierà orde di turisti che si riverseranno in cerca di un soggiorno esotico in patria, che con la crisi si sa è giusto rispolverare il detto “ abbiamo così tante meraviglie in Italia, perché andare all’Estero?”.

Mi sento quindi in dovere di auto-eleggermi Guida Virtuale Sicula, non tanto per rovinarvi (solo) la vacanza ma anche il pre partenza. Sperando di eccellere dunque con questa Rubrica di cui se ne poteva tranquillamente fare a meno oggi si getteranno le basi che occorreranno in linea generale per rendere il soggiorno in Sicilia davvero un’esperienza indimenticabile. Per comodità in questa prima puntata, che definirei pilota, tracceremo per punti dei passi salienti culinari necessari per la sopravvivenza. Seguiranno altre puntate settimanali con tanto di foto, documentazioni, video e allegati.

Da cosa si poteva partire se non dal cibo? Giusto per introdurre al meglio ( risate registrate) il tutto ricordo che comunque qui al Gikitchen vi sono questi pseudo articoletti redatti lo scorso anno , ovvero:

Poi vabbè essendo io sicula al cento per cento vi è la sicilia ovunque qui.

E’ importante seguire una dieta alimentare rigidissima almeno una settimana prima della partenza prestabilita qualsiasi sia la meta prescelta in Sicilia. Sarebbe opportuno agire nel seguente modo: quattro giorni didepurazione detox e i restanti tre  un digiuno comprensivo solo di acqua e frutta. Questa privazione di proteine e carboidrati non dovrà in alcun modo preoccupare la salute dell’allegro Turista che recupererà con gli interessi il calo di zuccheri e grassi che si è imposto per non tornare a casa con un’intossicazione alimentare. L‘isola riesce a lasciare moltissimi ricordi ed uno di questi è un aumento del peso corporeo pari al dieci per cento ( se tutto va bene).

Gli indigeni del luogo amano coccolare i gitanti venuti da lontano (intendo sbarcati sulla terra perché potenzialmente potrebbe essere anche proveniente da Reggio Calabria) e la loro preoccupazione nel vederli sotto peso e non in perfetta forma fisica li porterà ad elargire consigli culinari per una buona ripresa dello stato di salute. E’ importante quindi sottolineare che per un Siciliano “essere sottopeso” significa nel resto del Mondo ” essere normopeso”. Quest’ultimo parametro difatti è tale se vi sono almeno quindici chili di sovrappeso. Solo allora un uomo/una donna/un bambino/una bambina possono essere catalogati come ” persone che stanno bene”. Naturalmente se la percentuale aumenta vorticosamente si passa allo stadio ” persone che stanno molto bene”. Giusto per fare un esempio velocissimo: un individuo che porta con sé dai venti ai venticinque chili di sovrappeso ” sta benissimo”.

Il Siciliano medio ti inviterà a non compiere gesti inconsulti e quindi preferire due arancini e quattro mini (secondo gli standard dell’isola) panini alla porzione di frutta che ti eri prefisso in spiaggia. Ti narrerà delle sue gesta culinarie per incoraggiarti quindi a non demordere e proseguire impavido nell’ingurgitamento di calorie gustose e ricche di qualsiasi tipo di valore nutrizionale. Ma quali sono gli esatti parametri per una buona convivenza?

Oggi cercheremo di riassumere sintetizzando in vista di vere e proprie tabelle in formato stampabile che potrete comodamente portare con voi . Mi sto organizzando.

In Sicilia, soprattutto nella parte orientaleesiste il concetto e la conseguente filosofia della ” Tavola Calda”Per Tavola Calda si intende tutto un tripudio di salatini e stuzzichini, tanto per capirci e generalizzare. In realtà il discorso è talmente ampio che un’enciclopedia di trentasette (mila)  volumi non basterebbe. Basti sapere al momento che il Siciliano va in visibilio quando si trova a dover elargire consigli sui pezzi culinari che compongono la tavola calda. Si destreggerà benissimo nella discussione ricca di dettagli sulle varie tipologie che compongono questa filosofia culinaria. Non fatevi trovare impreparati e farete qualche bagno in più senza essere ostaggio di gentili elargitori consiglieri.

I pezzi di tavola calda sono sostanzialmente:

Pizzetta, Arancino, Cartocciata, Bolognese, Bomba, Sfoglia, Cipollina e Siciliana (non contiamo neanche la mozzarella in carrozza et similia ma solo le tradizionali per eccellenza).

Niente di così trascendentale si direbbe a primo acchito ma ognuna di queste tipologie contiene come in un diagramma di flusso complicatissimo delle diramazioni che tutto sono fuorché semplici.

La pizzetta è chiaramente servita nei più svariati modi e dipende dal luogo in cui vi trovate. Generalmente vi è la classica tonda mollicosa piuttosto alta servita con il classico pomodoro, mozzarella, olive nere e basilico sino ad arrivare alle più moderne versioni con pezzotti di wurstel, maionese, patatine e ketchup ( e no. Non sto scherzando). Importante sottolineare la fazione alternativa alla classica pizzetta, ovvero quella  della ” pizza al taglio” dove il pezzo di tavola calda assume sembianze ben diverse e quindi sarà completamente opposta alla precedente  ergo in una versione bassa, sottile, croccante. La prima verrà pagata a pezzo mentre la seconda a peso.

Non bisognerà lasciarsi abbindolare da questa nozione in quanto pur essendol’impasto del pane ben sottile e croccante il peso del condimento potrà essere ben più del quintuplo complessivo. Un pezzo di pizza al taglio potrebbe tranquillamente orientarsi sulle due euro dunque, che per la moneta locale è comunque una spesa esosa, e saziare otto comitive con i suoi nove chili di prosciutto cotto e settecentomilagrammi di mozzarella filante.

A proposito della mozzarella filante, farei giusto un appunto doveroso.Mangiare pezzi di tavola calda in costume se non si è preparati psicologicamente all’evento potrebbe essere mortale. E’ giusto aspettarsi la generosità risaputa siciliana e certamente quindi non si penserà di trovare dentro l’arancino poca mozzarella e condimento ma sorprenderà e non poco doversi ricredere anche sulla più florida aspettativa. La mozzarella, per fare un esempio, sarà almeno il triplo della quantità che aveste sperato in preda ad un attacco bulimico dopo nove mesi nel deserto del Sahara. Sarà quindi buona norma premurarsi di magliettina ( o tuta di amianto)mangiare l’arancino ( o tutta quella tavola calda “chiusa” e “imbottita” che non lascia intravedere il contenuto) sporgendosi lentamente sul davanti per far cadere il pezzotto di carne eventualmente ( che corrisponde ad un roastbeef di un chilo e mezzo) per terra e non sull’addome. I quaranta gradi del sole presi in precedenza in spiaggia vi avranno arrossato sì ma mai come quel pezzo di carne /pezzo di mozzarella che vi ustionerà l’epidermide a vita lasciandovi una meravigliosa macchia sul torace. Certo è pur sempre un souvenir e si potranno elencare ai nipoti ” e questo è quando il nonno ha mangiato l’arancino con il pesce Spada a Catania” segnalando l’ustione.

  • ” e questo nonno cos’è? cos’è? “ disse entusiasta il bambino segnando con il ditino un ustione a forma trapezioidale
  • ” e questa è l’ustione che nonno si è provocato in Sicilia con una cipollina caldissima servita alla Playa. Quanti bei ricordi” disse il nonno con occhio laconico mentre il ricordo ancora vivo del dolore a distanza di trenta anni si faceva spazio nella memoria.

Ma proseguiamo con calma ed elenchiamo correttamente le varie branche della Tavola Calda. Occorre una specializzazione e un master a Catania.Fortuna vuole che vi trovate davanti la massima esperta di Tavola Calda ( non è vero considerato che non la mangio ma ricordatevi sempre che ero 140 chili e sapevo come farmi felice. Ho tutti i requisiti necessari per sproloquiarne)

L’Arancino non è un supplì. Non me ne vogliano tutti i miei adorabili amici romani e la frase non è detta con campinilismo, che non ho per altro, ma santo cielo non è un supplì. L’arancino è filosofia allo stato puro. Vi sono degli altarini per venerare la divinità di Riso croccante che cela meraviglie. L’anno scorso se ne è parlato qui al Gikitchen per quanto concerne l’etimologia della parola e le tradizioni. Basti sapere in questo contesto che l’arancino in tutta la Sicilia viene servito nei più disparati modi. Ma come orientarsi? Semplice.Dalla forma. Uno dei segreti fondamentali per carpire i primi segreti dell’arancino che vi troverete davanti sta proprio nella forma.

  • Arancino a forma di piramide: arancino con il raguù (il classico storico)
  • Arancino a forma tonda: arancino in bianco ( con formaggio, prosciutto cotto a tocchetti e mozzarella)
  • Arancino a forma ovale con evidenti verdure nell’impasto ( sembrerà un colore mantecato al verde): arancino in bianco ma nella versione con spinaci.
  • Arancino a forma oblunga ma ingabbiato da una pasta supplementare come fosse brisèe: arancino al forno generalmente servito con pomodoro, mozzarella, ragù (altrimenti come nella forma indicata visivamente nella foto che ho scattato. Ultimamente viene servita anche questa gabbia di simil brisèe libera che contiene solo riso)

Fin qui niente di trascendentale. E’ importante specificare al Siciliano il concetto di carne. Ve lo dice una che è vegetariana da più di dieci anni e che continuamente deve fronteggiare il compaesano. Il prosciutto per un Siciliano non è carne. Capita questa regola principe il soggiorno sarà migliore, ve lo assicuro. Per non ritrovarvi a sputare nella hall del bar dei pezzi di tavola calda al grido di ” ma c’è il prosciuttooooooooooooooo” sarà buona norma quindi chiedere:

  • “c’è del prosciutto dentro?”
  • ” c’è del salame dentro? “
  • “c’è un coniglio dentro?”
  • “c’è un mammut dentro?”
Non sottovalutate la fauna che un siculo può inserire dentro un pezzo di tavola calda. Se non avete il tempo di elencare tutta l’enciclopedia di animali dalla A alla Z, non affidatevi al concetto di  ” sono vegetariano/a”, perché sarete guardati con sospetto o pietà, ma fatevi semplicemente elencare TUTTI e dico TUTTI gli ingredienti.

Per il Siciliano è inconcepibile che un essere (io) si privi delle meraviglie dell’arancino al ragù.Niente di strano che un dolcissimo cameriere giri il bancone del bar. Vi venga ad abbracciare. E pianga insieme a voi al grido di “mi dispiace” pensando che non sia una scelta di vita ma una malattia incurabile. Nel caso abbracciatelo stretto anche voi e non fate i soliti freddi come il Nippotorinese, perché è davvero assurdo per lui pensare che al mondo esista gente tanto infelice.

“Mi aveva detto che non c’era carne! “ potrebbe ricevere come risposta ” ma Signora aveva detto se c’era la carne mica il prosciutto”. Ricordate però che è sempre quell’adorabile cucciolo che vi abbraccerà e parlerà di voi con i parenti con sguardo triste e sconsolato ” e poi oggi è venuto uno che non mangiava la carne poverino. Che tenerezza. Se ci penso mi si stringe il cuore e non mangio più il nono arancino di oggi”.

C’è da dire però che a discolpa di tutto e tutti  non sarà difficile trovarvi un buon 99.9 per cento di premura pronta a sostituire tutto. La gentilezza del siciliano non è una leggenda metropolitana, e tolti pochissimi casi, vi è davvero una disponibilità ai limiti dell’imbarazzante per servire e rendere felice chi ha deciso di trascorrere dei giorni nella sua isola. Se vi troverete della carne il pezzo verrà cambiato e le scuse arriveranno. Altrimenti vi trovate in un posto davvero brutto e sarà necessario fuggire.

L’Arancino naturalmente si declinerà nelle sue varianti più caratteristiche e non. Vi sarà dunque l’arancino al pistacchio ma anche con pesce spada, tonno e alla norma ( con melanzane fritte). Saranno molteplici le sfumature che questo potrà assumere e i contorni sono tutti talmente gustosi che non si potrà gridare al miracolo. E’ importantissimo, davvero , non credere che un pezzo di tavola calda sia uguale al precedente. Ognuno ha una ricetta e una tradizione. Non tutti gli arancini sono unti. Non tutti gli arancini sono nauseabondi. L’unico concetto universale è l’abbondanza. Se all’interno di un arancino vi trovate un contorno tutto bianco e al centro un ridicolo pisello solitario con un pezzotto piccolo di ragù depresso sappiate che non siete in Sicilia ma è solo una ricostruzione virtuale . Un’oleogramma. Fuggite in quel caso dagli impostori. Non sono siculi veri.

La cartocciata, ennesima meraviglia della tavola calda, è una pizzotta sicula ripiena con tanto formaggio, prosciutto e mozzarella nella versione classica. La pasta è completamente diversa dalla focaccia e pizza comune e somiglia più ad un incrocio con del  pan brioche  (ma naturalmente in versione leggermente salata) dall’aspetto panoso e mollicoso ma morbido e gustoso. Al suo interno le varie declinazioni includono funghi, melanzane, spinaci ed elaborazioni anche con besciamella. Olive? a go go . Nere, carnose, succose e siculissime. La forma è simile ad un fazzoletto ripiegato su se stesso ed è facilmente intuibile il ripieno dal fatto che fuori viene posto generalmente l’elemento principe. Per una cartocciata ai funghi ci sarà un piccolo champignon attaccato ( non si sa come) sulla piega della superficie. E così via. Se non vi è nulla vi trovate davanti alla classica Cartocciata: salsa fresca, mozzarella, prosciutto, olive nere.

La cipollina rimane nel cuore ed è una tra le più gettonate. L’impasto seppur simile alla cartocciata è molto più sottile e meno mollicoso al limite della sfoglia ma sfoglia non è. Anche qui dipenderà dal luogo dove verrà servita ma generalmente è sbriciolosa e al suo interno contiene tanta di quella cipolla da poter riconsiderare il concetto di alitosi. Esasperazioni a parte, c’è da dire che la cipolla essendo infornata e cotta non porterà affatto un disgusto pesante nella cavità orale. Se avete scelto la formula quindi ” vado in sicilia per trovare una bella moretta”, tranquilli. Mangiate cipolline come non ci fosse un domani. Non potrà essere che un valore aggiunto per la bella sicula del luogo che apprezzerà certamente questa eau de toilette cipollin con la quale ha passato l’infanzia. La cipollina è l’unico pezzo di tavola calda che non ha alcuna declinazione. La cipollina è la cipollina: prosciutto, cipolla, formaggio e pomodoro. Amen. Nessuna variazione con funghi, melanzane, coniglio, mortadella o qualsiasi cosa. La cipollina è una e indivisibile. E l’essere parmenideo.

La bolognesedall’origine ermetica perché non si è ben capito (suppongo perché la classica è con il ragù e non ci vuole una faina incrociata con una volpe per sostenerlo), è di forma circolare e l’impasto è un ibrido tra la cipollina e la cartocciata. All’interno generalmente si trova il ragù ma si può pure trovareun meraviglioso composto con funghi besciamella e prosciutto sino ad arrivare ad infinite declinazioni che comprendono il crudo, gli spinaci e le melanzane. Nella foto ne è ritratta una ad esempio che all’interno ha una piccola parmigiana. Melenzane fritte, salsa e uovo (goduria suprema).

La Bomba non lascia presagire certamente un’elaborazione light e difatti èuna pallottola tonda fritta ( ma può essere anche al forno ) con all’interno del prosciutto mozzarella e formaggio come base. Tanto tanto ma proprio tanto pepe nero è la caratteristica suprema, La Bomba può assumere tratti inquietanti a secondo del ripieno ma generalmente viene servita in questo modo ed è difficilissimo trovare una versione con verdure o vegetariana ( risate registrate).

La Sfoglia o patè ( viene chiamato in molti bar così) è un impasto molto simile alla sfoglia classica ma molto ( e dico molto) più friabile e sbricioloso. Viene preparata con una  grandezza abnorme proprio perché l’esterno si disfa come fosse neve al sole dopo il primo morso. Generalmente la base anche qui è con pomodoro, mozzarella e prosciutto ma le declinazioni possono essere infinite e talvolta comprendere le verdure.

E poi la Siciliana ( inchino). Era la mia preferita santo cielo. La forma è uguale alla Cartocciata ma visivamente è diversa proprio per il processo di cottura differente.  Ci fosse un podio insieme all’arancino sarebbe lì senza temere rivali. Nella versione tuma (formaggio locale) e alici fresche o classica con pomodoro, prosciutto e mozzarella e olive nere vi conquisterà. E’ fritta e simile alla Bomba ma con un impasto molto più soffice (meno olioso se vogliamo). Esiste la declinazione al forno e santo cielo. Semmai doveste sceglierne uno di pezzo fatelo in memoria di me: prendete la Siciliana. Che il cielo vi benedica.

Fatto un breve ( non sembra ma è breve davvero) excursus sulle tipologie principe della tavola calda siciliana occorre rispondere alla domanda ” ma quando si mangia la tavola calda? “

E qua ti volevo.

Il vero siculo non disdegna mai un pezzotto di tavola calda. I bambini sono cresciuti (lievitati) a tavola calda e granite e talvolta i risultati sono ben visibili(io ne ero un fulgido esempio quando mi aggiravo rotolando alle elementari).Generalmente per gli indigeni del luogo il pezzo di tavola calda può essere un’alternativa ai pezzi della colazione ( ebbene sì. Anche lì ve ne sono infinite variazioni con tanto di nomi e declinazioni ma procediamo con calma santo cielo) e quindi sgranocchiato con il caffè o durante la metà mattinata. Nel senso che la dieta generalmente prevede uno spuntino a metà mattinata. Una mela, un frutto, uno yogurt, una barretta di cereali? Ecco. In Sicilia un pezzotto di tavola calda a metà mattinata non ha mai ucciso nessuno ( non ci giurerei). La Tavola calda in realtà può anche essere un pasto ma ( e giuro sono serissima) intesocome quattro pezzi.

Per un Siciliano infatti un pranzo, che può essere pranzo o cena, è inteso come tre pezzi minimo di tavola calda. Essendo molto in voga servire la tavola calda durante i compleanni, feste e quando non si ha voglia di cucinare e troppi invitati a casa, ci si orienta in questo modo per l’ordinazione. Calcolare tre-quattro pezzi a testa (ma bisogna essere tirchi perché Fernanda ne calcola sette se tutto va bene. Per chi non sapesse chi sia Fernanda oltre a vergognarsi : la sacra mamma). La base del piatto che si andrà a formare comprende infatti la pizzetta ( deve esserci!) , l’arancino ( deve esserci!) , la cartocciata (deve esserci!), pezzo facoltativo che la padrona di casa o chi per lei sceglierà a secondo dei gusti ma la bomba in versione mignon pare essere nei sondaggi una delle più gettonate ( mignon corrisponde a 700 grammi).

Il Siculo durante un pasto fuori casa (pausa lavoro ad esempio) se non si butta su un piattone di pasta al bar ( pasta e sorprendentemente insalate: ma dentro potrebbero celare pezzi di tavola calda tra una foglia di radicchio e pomodoro ) sceglie la tavola calda.

C’è da dire che non si è mai visto ( E DICO MAI !) un qualunque  esercizio che non abbia  nelle vetrine riscaldate questi oggetti (se siete in farmacia e trovate l’arancino tranquilli! è tutto regolare).  A meno che non siate a Palermo perché nel capoluogo la tavola calda è completamente assente. La patria della tavola calda è indiscutibilmente Catania ed oggi ci stiamo accingendo a compiere un mini tour partendo proprio da qua  ma in qualsiasi punto della Sicilia  vi saranno nuove scoperte culinarie e tutte degne di nota.

Per non farsi ricoverare all’ospedale Cannizzaro di Catania, in veste nuova e migliorato fa la sua figurasarà quindi un bene procedere con un pezzo di tavola calda per volta senza avventurarsi eccessivamente e lasciarsi prendere dall’entusiasmo. Se si è in gruppo l’idea di prenderne un bel po’ di pezzi e tagliarli in parti per assaporare e capire quale sia il “pezzo di tavola calda che vi accompagnerà per la vacanza” non sarebbe una brutta idea. Fermo restando che davvero sarebbe opportuno provare in diversi luoghi perché la tipologia cambia e parecchio. Mangiare un arancino al lido potrebbe essere nella maggior parte dei casi un errore ( un po’ come mangiarlo sul traghetto. NON LO FATE PER NESSUNA RAGIONE) Purtroppo sono molti gli stabilimenti non forniti di cucina e questi pezzi provengono da altri bar e poi riscaldati alla meno peggio. Se si vuole quindi avventurarsi nell’assaggio della tavola calda sarebbe opportuno farlo in un bar non per forza glamour e chic, ma neanche in un luogo che vi lascerà un tristissimo ricordo.

Adesso il Nippotorinese dovrà mangiare tavola calda fino alla fine dei suoi giorni avendone comprata giusto una tonnellata per eseguire il reportage degnamente. Per qualsiasi dilemma sulla tavola calda rimango a completa disposizione. Ben comprendo che i quesiti che potrebbero scaturire sono infiniti. La risposta è però sempre dentro di voi e come saggiamente Max parafrasa:

ed è sempre quella sbagliata.

Nella seconda avvincente puntata di ” E te lo spiego io come sopravvivere in Sicilia” si narrerà circa i “pezzi della colazione”.

 

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Una Tartare ci salverà dai muratori ( forse)

Amo il mio angoletto su Style ma purtroppo è un periodo talmente intenso che incastro come fossero pezzi di tetris pure impegni giornalieri del tipo: bere acqua, pranzare, sedersi due minuti. Questo il motivo dell’assenza ( adesso bisognerebbe fingere disperazione ma comprendo che sia difficile anche solo pensarlo. Uffa. Non ce la fate proprio vero?).

E insomma poco tempo, ergo non certo poca voglia, ma spero di riuscirmi ad organizzare al meglio (leggi: meno peggio).

E cosa si cucina se hai in casa muratori che cantano Paolo Vallesi (nella migliore delle ipotesi eh) e buttano giù muri ridendo e saltellando sfidando quel delicatissimo equilibrio mentale che faticosamente cerchi di tenere in vita?

Tartare!

Tartare tutta la vita. E oggi Tartare al Kiwi agrumata!

Tagli un pezzotto di pesce spada ( fallo tagliare piuttosto altino dal tuo pescivendolo di fiducia) e lo lasci marinare in abbondante succo di limone. Un cucchiaino di olio extra vergine di oliva per  porzione, sale e pepe nero fresco macinato sul momento. Dopo quindici minuti non di più, quando il pesce spada comincia a cambiare leggermente colore togli più della metà del succo di limone. Conserva la marinatura nel caso la volessi aggiungere dopo,  come condimento alternativo. Nota importante: se il sapore del pesce crudo ti turba troppo allora continua la marinatura. Il doppio del tempo indicato andrà benissimo.

Aggiungi dei pezzotti di kiwi freschissimo e grattugia sopra della scorza di arancia, mandarino, cedro, lime, limone o qualsiasi agrume trovi in casa. Una fettina per decorazione. Un’altra giratina di olio extra vergine d’oliva e via.

Anche con il tonno rosso la tartare agrumata al kiwi risulta essere gustosa. Gli abbinamenti pesce-frutta, carne-frutta seppur insoliti risultano sempre vincenti ed io non vedo l’ora di blaterarne essendone adepta già da un po’.

Veloce da preparare, ultralight e gustoso. Riuscisse ad eliminare i muratori sarebbe perfetto ma occorre accontentarsi (sottotitolo: purtroppo).

 

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Un barattolino di felicità spalmabile

A me fa un po’ antipatia questo avocado. Così, intendo, da mangiare nudo e crudo. Però nell’insalata ha sempre un suo perché e quando lo propongo abbinandolo a qualche crostaceo come gli scampi riscuote sempre un successo che ormai non è più inaspettato. Statisticamente insomma l’avocado con il crostaceo va d’accordo ( adesso devo solo smetterla di immaginarmi un Avvocato Crostaceo. Ci farò un fumetto e via. Passa tutto).

Quest’idea velocissima e gustosa è di quella Santa donna di Nigella, che amo. Certo pasticcia un po’ troppo a volte ma a ben guardare ci sono delle elaborazioni interessanti quanto semplici e questa è proprio una di quelle.

 

 

Crema di Piselli e Avocado. Per 300 grammi di piselli lessati in acqua bollente salata basterà un avocado di media grandezza. Frullate  il tutto con olio extra vergine di oliva, salate e aggiungete il succo di un lime. Pronta per essere accolta sia sui crostini caldi che su un carboidrato caldo da primo piatto.

Finito. Incredibile come sia davvero veloce e sfiziosa al tempo stesso. Si adatta benissimo anche per condire del riso, spolverando un po’ tutto con il parmigiano sul finale,  anche se la massima espressione pare raggiungerla spalmata sui crostini caldissimi magari con qualche pezzo di  frutta secca, se piace, tritata finemente sopra.

Che siano noci, mandorle o qualche pinolo qua e là. Un aperitivo alternativo, vegetariano (ma anche vegano che non guasta mai per i nostri amici) o una base per un finger food interessante magari con qualche pancake salato ad accompagnarla.

Una base su cui potersi sbizzarrire davvero. Si giura amore eterno dalla prima cucchiaiata.

E la versione con le fave? beh. Idilliaca. Solo che lì ci vuole tanta ma proprio tanta menta. Ne dobbiamo assolutamente riparlare, sì.

 

 

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Cuddura cull’ova : dolce Pasquale tipico della Sicilia

La cuddura cull’ova deriva dal greco Kulloura che significa corona e difatti una corona è. Prende però anche il nome di aceddu cull’ova dove “aceddu” sta per uccello in quanto anche la forma di una colombina è spesso confezionata appositamente con l’impasto. Anticamente era prodotta dai pastori o viandanti i quali la infilavano nel bastone o nel braccio e la portavano con loro durante gli spostamenti. Ancora adesso in Grecia durante le feste pasquali una forma di kulloura ma con le uova dal guscio rosso viene servita sulle tavole durante questo periodo ( a Piana degli Albanesi in provincia di Palermo perdura questa bellissima tradizione. Le uova rosse rappresentano il rosso del sangue sparso da Dio per gli uomini).

E’ naturale e ovvio che in Sicilia ci sia una foltissima gamma di dolcetti di cultura greca.  La cuddura è un prodotto sostanzialmente da forno. Ancora prima della guerra, mi raccontava la mia nonna, era rimasta come la tradizione  voleva, ovvero sotto forma di pane e non certamente di biscotto come viene servita adesso sulle tavole. Non vi era tutto questo sfarzo e figuriamoci se nel dopoguerra si poteva addirittura abusare di zucchero. Era già una festa se la cuddura era presente sotto forma di pane. Nel tempo  poi questa preparazione semplicissima è diventata un vero e proprio biscotto adornato di codette, zuccherini e talvolta anche cioccolato. La vera cuddura però rimane un impasto semplice di pane con uova sode posizionate nell’impasto e tenute da striscette. I decori molteplici e infiniti vanno a seconda della tradizione di famiglia e della posizione geografica.

Nel sud Italia ci sono diverse elaborazioni della cuddura; seppur simili alcune assumono propri nominativi e composti diversi. All’interno della Sicilia stessa molte sono le differenze e infinite le ricette pasquali. E’ un vero e proprio tripudio tra pecorelle di marzapane, la pasta di mandorla di Erice, i Panarieddi sino ad arrivare ai Pupi cull’ova nel palermitano.

La cuddura da che ne ho memoria non è mai mancata sulla tavola il giorno di Pasqua. Le ricette sono tantissime ed io ogni anno ne sperimento sempre una nuova e diversa. La base è sempre quella di un biscotto agrumato. Ne lascio giusto una per provare con la speranza che possa piacere e segnalandone una di una sicula doc, nonché amica mia, Hariel ( clicca qui per vedere le sue opere e ricette)

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Ingredienti: 500 grammi di farina OO, 200 grammi di strutto, 3 uova intere, 200 zucchero semolato, 1 bustina di lievito, scorza di 1 limone grattugiato (si può sostituire con l’arancia o il mandarino e non devono essere chiaramente trattati). Uova Sode per le decorazioni

Procedimento: Per questi ingredienti saranno necessarie all’incirca 8 uova sode, che andranno bollite precedentemente, ma dipendende dalla forma e grandezza che vorrete dare alla vostra cuddura. Si possono fare cuddure piccole con tante uova e viceversa. Per questa ricetta indicativamente cuocete sei uova che sono la giusta via di mezzo.

Mettere in una ciotola capiente la farina, lo strutto ammorbidito a temperatura ambiente, le uova, zucchero e il lievito. Grattugiare la scorza di limone o agrume che avete scelto e impastare il tutto con le mani. Otterrete un composto piuttosto morbido che non si presta molto bene alle formine per capirci. Fare quindi labase della cuddura formando prima una palla e poi appiettandola sulla teglia precedentemente imburrata. Con l’aiuto del polpastrello fare delle piccole fosse dove alloggeranno le uova e con altra pasta ricavare delle strisce piccole che occorreranno per fermarle. Due strisce terranno l’uovo ben saldo alla cuddura. Molti spennellano con un tuorlo la superficie della cuddura per poi farvi ricadere sopra delle codette colorate di zucchero. Ultimanente c’è anche chi le cosparge di scaglie di cioccolato. Anche qui a discrezione di chi prepara la cuddura.

Infornare a 180 per 40 minuti circa controllando sempre il grado di cottura che varierà a secondo dell’altezza dell’impasto e la grandezza stessa della cuddura.

Se ti va poi sul mio Blog ce ne sono diverse versioni: www.gikitchen.it . Presto arriveranno anche quelle con le uova sode colorate. Ecco giusto un’anteprima.

Come si colorano le uova sode? Umamma! ma allora ti sei perso questo post ! Cliccasubitisssssimoqui>>>>

 

 

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La Pastiera Napoletana nel Bicchiere (che tutta Napoli mi perdoni!)

 

Sul mio Blog Gikitchen ho tanto blaterato circa la Pastiera Napoletana e un fulgido esempio è qui. L’ho eseguita da quella volta in diverse varianti e usando differenti ricette in attesa della grande prova; ovvero quella di farla assaggiare a una delle mie più grandi amiche napoletane doc: Alessandra. Sono sicura che mi beccherò un ceffone in pieno volto (e me lo meriterò tutto tanto da colpirmi io stessa con un mattarello e cospargermi il capo non con cenere ma con grano cotto e cannella) ma subito dopo seguirà un abbraccio perché santo cielo per chi napoletano non è risulta praticamente impossibile elaborare una pastiera degna di questo nome. Ci si può provare certo, ma la tradizione di famiglia, segreti e ricordi fondamentali per l’ottima riuscita di tal meraviglia sono condizioni necessarie e sufficienti affinché il miracolo accada. Dovrei dedicarmi ai cannoli o alla cassata ordunque ma mi piace inimicarmi tutta la Campania che amo visceralmente (giuro che la sfogliatella manco ci provo! lo giuro! Sopportatemi!).
Solo che della pastiera ho un ricordo meraviglioso e i colori e sapori sono molto simili a quelli che appartengono alla mia terra. Mi sarebbe piaciuto poter dire di essere “la sicula che ben preparava la pastiera” e invece passerò alla storia (?) come “la sicula scema che infilò la pastiera in un bicchiere mortificando la bandiera dolciaria di quel di Napulè”. A onor del vero però occorre ricordare che non si tratta di una mia idea, uff. La genialata proviene da un cuoco-non-so-chi che in una-rivista-non-ricordo-quale aveva pubblicato siffatta elaborazione e reputandola io (dal basso della mia esperienza) davvero carina mi sono data all’emulazione selvaggia.

Il risultato è stato meno peggio del previsto, confesso, anche se la ricetta super segretissima di Alessandra, eseguita nella versione tradizionale (provandoci perlomeno), era stata tutt’altra musica di sapori; non oso quindi immaginare cosa sia preparata dalle sante mani della sua mamma.

Una versione insomma da provare, questa nel bicchiere, perché quanto meno diversa e di sicuro impatto visivo (almeno quello).

 

Ingredienti per 4 persone circa: 200 grammi di ricotta di pecora, 200 grammi di grano cotto confezionato classico per pastiera, 120 grammi di latte, 100 grammi di zucchero, 2 tuorli, un limone non trattato, acqua di fiori di arancio, 80 grammi di candidi misti a dadini, essenza di vaniglia, cannella in polvere facoltativa, 15 grammi di burro, zucchero a velo.

100 grammi di Pasta Frolla (vedi la ricetta della Pasta frolla qui. Se vuoi provare quella di Montersino invece qui)

Preparare la Pasta frolla e metterla da parte.

Mettere il grano in una casseruola, unire il latte, il burro e la scorza grattugiata di mezzo limone. Far cuocere gli ingredienti a fuoco dolce per circa 10-12 minuti mescolando in continuazione fino ad ottenere una crema omogenea. Montare i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una crema chiara e spumosa. Unire la ricotta passata a setaccio (operazione davvero importante), l’essenza di vaniglia, un cucchiaio di acqua di fiori di arancio, i canditi e un pizzico di cannella senza esagerare. Aggiungere il grano cotto e mescolare per bene.

Sbriciolare la pasta frolla riducendola in tanti piccoli pezzetti di diversa grandezza. Distribuire questo composto sbricioloso sul fondo di un bicchiere. Ricoprire con la crema di pastiera e mettere in frigo per almeno trenta minuti.

Prima di servire, completare aggiungendo ancora quache briciola di frolla messa da parte e aggiungere abbondante zucchero a velo.

 

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Come colorare le uova sode per la Pasqua?

Sarà che sono proprio fissata con questi esserini mistici che contengono il significato della vita e l’amletico dubbio su chi sia nato prima, se l’uovo  o la gallina, ma se c’è una cosa che mi fa emettere gridolini eccitatissimi manco avessi tre anni e fossi al luna park davanti ai lecca lecca giganti sono le uova colorate. Sì. Il guscio con i disegni, ghirigori e pois e non certamente meno le uova sode. Sì perché non è difficile colorare le uova sode. Occorre soltanto del colorante alimentare in gel (ho provato con quello liquido ma non sortisce lo stesso effetto). Certo le diapositive mostrano colori accecanti perché ho esagerato giusto un attimo con la durata delle immersioni nel colorante per esasperarne l’effetto dal punto di vista fotografico, ma le nuance di colore che possono venirne fuori sono davvero interessanti.

Alternando poi i colori si può creare pure un effetto bicolore carinissimo e scenografico come quello mostrato in foto nella colorazione giallo-verde. Ottenere le uova per una sfavillante e coloratissima Pasqua è facilissimo.

Occorrono tante ciotoline quante i colori che si è deciso di utilizzare. Devono essere capaci abbastanza da contenere l’uovo completamente sommerso. Riempire le ciotoline con acqua e inserire l’uovo. Aggiungere il colorante in gel o se si è scelto di usare quello liquido almeno 10 gocce (ma anche di più per un effetto sfavillante). Il colorante se in gel dovrà essere ben sciolto nell’acqua.

L’uovo dovrà essere invece non troppo caldo  e molto sodo  e chiaramente sgusciato (anche il guscio prenderebbe la colorazione ma  in maniera molto meno visibile).

Il risultato sarà visibile, a seconda del colore scelto, dopo circa dieci-quindici minuti scarsi. Per una colorazione più intensa basterà lasciare l’uovo dentro la ciotolina per parecchie ore (per ottenere il risultato che mostro in foto ho scelto questa seconda tragica opzione).

E lo so che il domandone ora è: ma il sapore cambia? Uhm. Dipende dalla sensibilità del palato. C’è chi sostiene che un po’ viene alterato sì, mentre  altri giurano di no. Ma seriamente: a chi importa?

Le uova colorate per Pasqua sono un must  e il sapore passa in secondo piano (sono credibile? mi sa di no, uff)

 

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La Torta Pasqualina Ligure

A breve verremo chiamate a tirar fuori il cestino di vimini e la tovaglietta scozzese dalle rosse nuance quadrettate e rispolverare lo spirito perfettino di Bree Van De Kamp, casalinga disperata che durante un pic nic avrebbe all’occorrenza set da cucito, coltellino svizzero e pure una moka di riserva qualora quella principale dovesse scoppiare per una valvola rotta. Si sa, durante i pic nic non si è mai abbastanza preparati e se ad accompagnarci c’è pure un’allegra tribù di nanetti la situazione si complica. Non che manchi sempre l’amico che all’improvviso poi esordisce con “e lo potevamo portare un mazzo di carte”, “e ci potevamo pensare al risiko da viaggio”, “e però potevamo portare un’amaca per dormire sotto gli alberi”. E la palla. E la racchetta da tennis. E la piscina gonfiabile per un tuffo al pomeriggio.

Il pic nic pasquale diventa insomma non tanto una gita fuori porta ma una speranza di avere a disposizione un mini villaggio turistico con tanto di buffet, area ricreativa e aperitivo con tanto di buona  musica. Un’aspettativa sul pic nic imbarazzante, c’è poco da fare. I cibi che potrebbero essere protagonisti della giornata sono davvero infiniti e generalmente ogni regione possiede una vera e propria elaborazione simbolica. L’immancabile casatiello in Campania, la stiacciata in Toscana, la cuddura in Sicilia e *rulloditamburi* la torta pasqualina in Liguria.

Ecco perché oggi vorrei cominciare giusto da questa meraviglia che cattura non solo visivamente ma anche papillogustativamente (termine tecnico) parlando. E’ vegetariana e quindi ottima per tutti quelli che hanno la croce di dover sopportare gente come me, facile da trasportare e dividere per porzioni e non ha bisogno (cosa da non sottovalutare) necessariamente di forchetta, coltello, piattino di plastica e tutto l’imbarazzante corredo che volente o nolente durante il pic nic non basterà mai.

 

Ingredienti indicativi per 8-10 porzioni: 500 grammi di bietole (o spinaci), 1 spicchio d’aglio, 0.8 dl di olio extravergine di oliva, 1 ciuffo di prezzemolo, 1 ciuffo di maggiorana, 400 grammi di ricotta, 50 grammi di formaggio parmigiano grattugiato, 30 grammi di burro, 5 uova, sale e pepe

Procedimento: Preparare la pasta. Mescolare la farina con l’olio e un pizzico di sale, versare al centro circa 2 dl di acqua tiepida e impastare unendo se occorre altra acqua, quanto basta per ottenere un impasto morbido ed elastico. Dividere questo impasto in otto parti formando tante piccole palline e coprirle con un telo umido. Tenerle da parte al caldo.

Nel frattempo scottare le bietole o gli spinaci (come si preferisce) in acqua bollente salata. Farle intiepidire e scolare per bene. Non dovranno contenere assolutamente acqua in eccesso. Fare rosolare tre cucchiai di olio in una padella con l’aglio sbucciato insieme al prezzemolo e alla maggiorana tritati finissimamente. Mettere quindi le bietole o gli spinaci nel soffritto e salare giusto un altro po’. Lasciarle sul fuoco due minutini scarsi mescolando fino a ottenere un preparato molto asciutto.

Spennellare il fondo di una tortiera. Prendere quattro palline di pasta e stenderle con il mattarello in sfoglie sottilissime. Il più sottile possibile. Foderare quindi con una sfoglia la base della tortiera (circa 22 cm) e spennellarla con olio. Sovrapporre quindi le altre tre sempre alternando con spennellate di olio.

Raccogliere la ricotta in una terrina, aggiungere il parmigiano e mescolare bene aggiungendo un po’ di sale e pepe. Aggiungere quindi le bietole o gli spinaci e impastare fino a rendere il composto molto omogeneo (c’è anche la versione che prevede la ricotta e le bietole separate. Ovvero che prima nella tortiera va stesa la copertura di ricotta e parmigiano e solo sopra le bietole senza essere mischiate). Dopo aver messo il ripieno sui quattro stati di pasta stirata formare 5 fossette nel ripieno e versare un filo di burro fuso.

Sgusciare le uova in ciascuna di queste 5 fossette cercando di non far trabordare troppo l’albume esternamente. Salare pochissimo il tuorlo.

Stendere infine le altre quattro palline di pasta fino ad ottenere nuovamente 4 fogli di pasta che andranno sovrapposti sempre dopo averli spennellati uno ad uno. Punzecchiare e adornare con la pasta d’avanzo, nel caso in cui fosse rimasta, e spennellarla infine prima di farla cuocere per 45-50 minuti in forno preriscaldato a 180 gradi.

 

Ma siete pronti a sopportarmi per il delirio Pasquale o no? A me sa proprio di no, uff.


I vini consigliati per la Torta Pasqualina generalmente sono un Riviera Ligure di Ponente Pigato (Bianco) e un Offida Pecorino (Bianco).

 

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Pronti alla Pasqua? (Sottotitolo: e ai tre chili in più?)

Pronti ai bocconotti calabresi grondanti di marmellata e ai cannoli siciliani straripanti di ricotta e canditi ma anche cioccolato? Pronti per la stiacciata fiorentina e una fettona gigante di pastiera napoletana? E per le colombe con mandorle e zuccherini sino ad arrivare a quelle al cioccolato non disdegnando le colombine leggere al tè matcha (giusto per orientalizzare qualsiasi cosa) ? E  vogliamo non  ricordare la torta pasqualina ligure? Giammai! Le cuddure cull’ova sicule e tutti i meravigliosi dolcetti pugliesi e del centro Italia e dell’Emilia. E di tutta Italia, santo cielo. La Pasqua è ormai imminente ed è inutile credere che manchi ancora tanto.

Lo scorso anno mi ero messa in testa di fare un Tour Pasquale italiano che toccasse le varie tappe/regioni e dolcetti famosi in tutta la penisola, isole maggiori e minori. Il risultato era stato catastrofico perché già a Pasquetta molto persone mi additavano al grido di ” è colpa tua se domani salgo sulla bilancia e  ho tre chili in più, maledetta!” però il fatto che la frase finisse con ” e ora passami un ‘altra fetta di stiacciata e otto pezzi di pastiera napoletana” mi rassicurava e non poco. Anche quest’anno mi sono messa in testa ( o quello che ne rimane) di toccare alcune regioni che purtroppo non sono riuscita a raggiungere  con il mio tour culinario virtuale ed è per questo che sono alla ricerca spasmodica di ricette. Chiunque fosse caritatevole e volesse aiutarmi la mia mail è: giulia@gikitchen.net e il lancio di cuori e ringraziamenti parte sin da subito.

Oggi quindi comincerei giusto per lavarmi la coscienza con un’elaborazione semplicissima e ipocalorica che lo scorso anno era piaciucchiata parecchio; trattasi di Colombina pasquale light con 280 calorie per cento grammi. Occorreranno delle formine adatte qualora si volesse riprodurre esattamente il dolce e candido volatile e in questi periodi non è mica tanto difficile. I supermercati sono strapieni di uova, pulcini, colombine e conigli. E’ una sorta di gimcana tra uova, animaletti saltellanti e scaffalature enormi traboccanti di cioccolato di ogni sorta ( solo a me piacciono quelle uova zuccherosissime con il cioccolato dentro che  fanno saltare i ponti e gli incisivi o possiamo aprire un gruppetto di “aiuto aiuto mi si è rotto il dente con l’uovo zuccherato” ?)

Ordunque siamo pronte a invadere casa di uova e fare l’albero pasquale? No dico: lo facciamo l’albero pasquale vero? *disse con tono minaccioso.

E’ tremendamente inutile e quindi necessario. Come lo sono le candele coniglio e gli agrumi nel cesto. La paglia colorata e i pois sul guscio delle uova. Ecco io sui pois disegnati sul guscio non transigo: per forza! Tutti a fare pois sulle uova subito (per favore) !

La ricettina della Colombina light 280 calorie per 100 grammi? Eccola qui:

Ingredienti per 12 porzioni (circa 120 grammi cadauno): 250 grammi di farina bianca OO, 140 grammi di zucchero semolato, 1 uovo intero, 1 tuorlo, 110 grammi di burro a pezzetti a temperatura ambiente, 1 bustina di lievito per dolci, la buccia di un’arancia grattugiata non trattata (100 grammi di canditi facoltativo).

Procedimento: Mettere tutti gli ingredienti in una ciotola capiente senza un ordine preciso e girare con cura fino ad ottenere un impasto piuttosto compatto. Versare nelle formine apposite pasquali in silicone altrimenti andranno benissimo anche dei pirottini grandi o stampi per muffin (una tortiera del diametro 26-28 qualora non si gradissero le monoporzioni) e infornare a 180 preriscaldato per 40-45 minuti circa. Potrebbe occorre più tempo. Regolarsi a fine cottura infilando uno stuzzichino. Se ne uscirà ben asciutto sfornare e lasciare raffreddare.

(Le calorie per cento grammi corrispondono a 280 Kcal circa. Si potrebbe pensare pure di diminuire un pochetto lo zucchero. L’impasto non ne risentirà)

E che il cielo ci perdoni e ci veda meno brufolose, dopo intossicazione da cioccolato, rispetto allo scorso anno.

 

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Pain d’épices al Cioccolato

All’interno del mio blog ufficiale sto tediando l’universo con la cucina taoista e la necessità di trovare un equilibrio, non soltanto fisico ma anche mentale, attraverso gli alimenti che ingeriamo. Detto da una psicolabile con strascichi di disturbi alimentari è qualcosa di talmente meraviglioso e coerente che ultimamente oltre a commuovermi spesso mi fa fare delle grasse risate.

Poi ricordo che bisogna annientare tutto quello che di grasso c’è e cerco di dedicarmi a delle risate ipocaloriche; insomma siamo tutte provate dalla settimana della moda, c’è poco da fare. Troppe modelle in giro e troppi accostamenti fluo e floreali mischiati che anche Lady Gaga potrebbe trovare azzardati e soprattutto poca autostima. Sì perché francamente te lo chiedi mentre vai in ufficio perché alla fashion Week di Milano sono tutti con i sabot senza calze mentre tu con settanta denari, la sciarpa e il cappello continui a dire “non ci sono più le mezze stagioni”; se ad aggravare ci sono pure quei tre chili in più che dovrebbero essere secondo gli standard “otto chili in meno”, oltre a sentirti un’arzilla novantenne in sovrappeso che soffre il freddo, la depressione arriva a stadi preoccupanti.

Se in più nel google reader hai me che parlo di brodini di pollo e di quanto il colore arancione e rosso sia in equilibrio con lo yin e yang quando hai solo voglia di farti un panino con la mortazza e spiaggiarti sul divano, non si può arrivare sane di mente alla prova costume. E anche lì. Meglio non pensarci.

Insomma per dire che adesso bisognerebbe blaterare su una ricettina ipocalorica che rientri negli standard del buon senso caloricamente parlando, giusto? Logica vorrebbe questo.

Appunto: logica. E invece noi ci sfondiamo di Pain d’épices al cioccolato! Ma sìììììììììì! checcefrega?!?! (sì devo calmarmi e rientrare in un range di decoro ammissibile).

Il Pain d’épices è già una di quelle squisitezze che ti arrabbi pure per il fatto che la maggior parte della volte sia già tagliato nella confezione. Ma che lo tagliano a fare se uno si infila tutto il rettangolino da 500 grammi in bocca e tanti saluti? Questa è una versione semplicissima e gustosa solo che realizzata con il cioccolato. La ricetta è di quella Santa Donna di Julie Andrieu che bisogna venerare e idolatrare.

Ingredienti: 120 grammi di cioccolato fondente 70%, 130 grammi di miele, 2 uova, 375 grammi di farina integrale, 150 ml di crème fraiche densa (in alternativa della panna liquida classica da montare), 100 grammi di burro (più 15 per lo stampo se non si usa il silicone), 80 grammi di zucchero grezzo di canna, 100 ml di olio, 2 pizzichi di noce moscata grattugiata, 1 cucchiaino bello pieno di cannella e uno di zenzero in polvere, 1 cucchiaio di semi di anice, 2 cucchiaini rasi di lievito e 1 cucchiaino di sale.

La ricetta la vuoi in formato stampabile senza tutti i miei vaneggiamenti? Bene! Clicca qui allora>>>

Il forno va preriscaldato a 160. Imburrare lo stampo se non si adopera il silicone.

Sciogliere il cioccolato a pezzi sul fuoco molto basso a bagnomaria. Quando comincia a sciogliersi unire il burro e subito dopo l’olio e il miele mescolando per bene. Ottenere un composto liscio olioso e omogeneo ma togliere dal fuoco prima che cominci a bollire.

Setacciare farina, lievito, sale e spezie e aggiungere la crème fraiche se la si ha a disposizione altrimenti la panna liquida da montare. In una ciotola a parte montare i tuorli con lo zucchero. Aggiungere quindi a questo composto quello formato da burro, miele e cioccolato e continuare a sbatterli fino a ottenere una crema densa. Versarla sugli ingredienti secchi (farina – lievito e spezie) con la panna e amalgamare sempre con l’aiuto dello sbattitore.

Lavorare per almeno quattro minuti. Risulterà un composto compatto e molto sodo. Versare nello stampo da plumcake o in quello di cui si dispone e infornare per 50 minuti. Controllare la cottura negli ultimi minuti e quando uno stuzzichino di legno ne uscirà asciutto sarà il momento di sfornare.

Per sformare aspettare che si freddi.

Servire con panna appena montata e qualche granella di nocciola o cioccolato.

 

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