Mud Cake – Una torta cioccolatosissima !

 

Imperdonabile la mia assenza in questo lunghissimo anno; fermo restando che la mia presenza qui non è che sia stata mai così  assidua.  Anche se per il bene dell’umanità era meglio che non ricomparissi, eccomi ugualmente. Sono davvero affezionata a Style e non lo faccio certo per un tornaconto ma proprio per un vero e proprio piacere personale. Sono successe tante-troppe cose (ho comunque tediato l’universo giornalmente come sempre sul mio blog : http://www.maghettastreghetta.it - http://www.gikitchen.wordpress.com). Visto che la situazione “non migliora mai” e che il tempo  è tiranno sempre di più, perché rimandare quindi ulteriormente il mio appuntamento qui su Style?

Inutile dar giorni fissi o appuntamenti troppo fiscali ( un po’ come le buone intenzioni del nuovo anno. Poi farlo di Venerdì 17, pur non essendo affatto superstiziosa, sembrerebbe non propriamente di buon augurio*segue risatina isterica). E’ davvero mia intenzione cominciare seriamente e quindi molto sinteticamente: si (ri)parte! Con una Torta Cioccolatosissima giusto per farsi perdonare? Ne avevo parlato due anni fa qui http://gikitchen.wordpress.com/2012/10/04/torta-mud-cioccolato-donna-hay/ . La Ricetta è collaudatissima e firmata Donna Hay. Facile, veloce ed estremamente cioccolatosa vi farà raccogliere plausi, gridolini di piacere e molti complimenti.

Ingredienti: 370 grammi di burro ammorbidito, 220 grammi di zucchero di canna, 3 uova, 300 grammi di farina setacciata, 1/2 cucchiaino di bicarbonato di sodio, 90 grammi di cacao in polvere setacciato per bene, 180 grammi di cioccolato fondente fuso ( anche al microonde), 180 ml di latte intero

Scalda il forno a 160. Lavora il burro e lo zucchero in un robot da cucina. E’ importante lavorarlo per bene. Almeno per 10 minuti ininterrotti. Il composto apparirà chiaro e cremoso. Unisci a questo punto le uova una ad una e lascia continuare a lavorare il robot. Incorpora la farina, il bicarbonato e il cacao (setacciati) e infine il cioccolato fuso ( a bagnomaria o al microonde poco importa). Lascialo lavorare e infine aggiungi il latte.

Quando hai ottenuto un composto omogeneo versa in uno stampo tondo ( uno di 22 cm basterà ). Foderalo con la carta da forno o imburralo per bene  . Inforna per 1 ora e 15 minuti e verifica la cottura con uno stecchino. Fai raffreddare per bene e accompagnala con una spolverata di cacao amaro, un po’ di panna se piace o qualsiasi farcitura cioccolatosa.

 

 

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Tsoureki me soolata ke amigdala – La Treccia di Pane Greca con Cioccolato e Mandorle per Pasqua

E non vogliamo fare un lievitato greco per Pasqua? No dico: siamo impazzite? (io sì).  Un pane dolce che stupirà (ok non ce la posso fare a scrivere le solite cose ma. Stupisce davvero. E’ buono. Si conserva benissimo. Ed è bello da pazzi. A Pasqua vi risparmio dai miei deliri grammaticali. Che è meeeeeeeeeglio *con intonazione da Puffo Quattrocchi)

Era Puffo Quattrocchi, vero?

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I Panini Carota per La Pasqua ( e Pasquetta, santocielo!)

Me ne sono innamorata. Letteralmente innamorata. Li ho guardati per non so quanto tempo e mi hanno odiato tutti. Indiscriminatamente. Anche i muratori che martellevano e gridavano ” belli signorì” . Alla mia settecentosettantaquattresimavolta nell’interrogativo ” Carini vero? ” mi è stato detto un sonoro ” BASTA!”

Ora però si fa presto a dire Basta. Sono stramaledettamente carini questi panini alla carota. E sono stramaledettamente, buoni, mi dicono. Niente di particolarmente fantioso o chissà che. Si tratta in fondo di panini al gusto di carota con la forma carotosa ma il fatto che siano credibili per forma e gusto e in più siano stramaledettamente ( mi piace stramaledettamente) a tema Pasquale non può che far perdere il controllo dell’attività neuronale.

(quale attività?)

Perfetti per una selezione di formaggi o salumi. Perfetti da surgelare e tirare fuori al pranzo di Pasqua per sorprendere amici, parenti, gatto e pesce rosso nella boccia. Se c’è però una cosa per la quale sono stramaledettamente ( aridaje) perfetti è quella di essere collocati nel cestino di vimini per il Lunedì dell’Angelo, al secolo conosciuta come Pasquetta, e via.

Perché si fa sempre un po’ a gara a chi ha il cestino più organizzato, suvvia. Le donne psicopatiche come me annuiranno adesso mentre elenco la voglia inconscia o conscia che sia di competere con le altre allegre gitanti. C’è sempre la Bree Van De Kamp che ha il panino più carino e la tovaglietta stirata meglio con il bimbo lindo. C’è sempre anche la Susan disperata caduta nel laghetto con il bimbo che ha saltellato nella fossa settica insieme ai compagnetti che ti abbraccia stretta stretta più per asciugarsi dal fango che per affetto ma.

Chiunque noi siamo o saremo, Bree o Susan osoloilicielosacosa dobbiamo assolutamente possedere all’interno del nostro cestino di vimini una cosa: i panini carotosi.

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La Torta Mimosa per la Festa delle Donne

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La Colombina Pasquale

Ingredienti per 8 persone circa nel caso di colombine monoporzione: 25 grammi di lievito di birra, 1 litro circa di acqua, 600 grammi di farina OO, 4 tuorli di uova abbastanza grandi, 1 limone non trattato, 200 grammi di burro, 150 grammi di zucchero semolato, 5 cl di latte, 150 grammi di frutta candita, 30 grammi di zucchero in granella, 15 grammi di mandorle pelate, sale, burro e farina per stampo, un tuorlo per spennellare. (per una colomba di grandezza tradizionale raddoppia le dosi)

Procedimento: Mettere il lievito di birra in una ciotola e scioglierlo con 2 cucchiai di acqua tiepida. Unire 60 grammi di farina e impastare il composto, poi formare una palla, infarinarla e incidere la superficie facendo una croce.

Fare intiepidire in una casseruola l’acqua, immergerci la palla di pasta e lasciarla in acqua per dieci minuti. Trascorso questo tempo, la palla si solleverà dal fondo e galleggerà. Lasciarla in acqua per altri 15 minuti rigirandola di tanto in tanto. Mettere sul piano di lavoro la farina rimasta, unire 4 tuorli, un pizzico di sale, la scorza grattugiata del limone, 125 grammi di burro ammorbidito, lo zucchero semolato, il latte tiepido e la palla di pasta lievitata.

Lavorare il composto per circa 20 minuti fino a quando la pasta non si attaccherà più alle mani (chiaramente si può utilizzare l’impastatrice per agevolare il tutto. Anzi direi propriopropriocheèmeglio)Infarinarla e deporla in una ciotola capiente. Coprirla con un canovaccio e lasciarla lievitare a circa 25 gradi di temperatura finché  non sarà aumentata di almeno un terzo del suo volume. Mettere nuovamente l’impasto sul piano di lavoro infarinato, lavorare altri cinque minuti e incorporare 35 grammi di burro. Riporre ancora la pasta nella ciotola, coprirla con il canovaccio e lasciarla lievitare al caldo finché  sarà aumentata almeno del doppio. Metterla un’altra volta sul piano di lavoro infarinato, aggiungere il burro rimasto e i canditi tagliati a pezzetti finissimamente. Imburrare e infarinare uno stampo per colomba e modellare la pasta dentro.

Coprire con carta da forno e fare lievitare altri 30 minuti. Spennellare la superficie con un un tuorlo sbattuto. Cospargere con granella di zucchero e mandorlke. Cuocere in forno già caldo a 180 per dieci minuti e abbassare di 10 gradi e cuocere quindi a 170 per altri 30-35 minuti

 

 

 

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Le Patatine Chips come quelle del sacchetto? Senza olio e senza sale? Si puòòòòòòòòò fareeeeeeee! Ecco la Videoricetta!

Clicca qui per vedere il Video ( purtroppo non posso incrementarlo qui. Non ne conosco la ragione ma vabbè)

Bando alle ciance. Senza preamboli. Senza costrutti sintattici errati complicati confusi e inutili. Oggi voglio essere chiara, limpida, diretta, semplice nell’esposizione. Oggi voglio mascherarmi da Food Blogger. Voglio essere anche io Food Blogger Professionista per un giorno. Voglio scrivere cose sensate, utili e senza fronzoli del tipo:

Ciao! Che brutto è Lunedì. Io odio i Lunedì! Fortuna che ieri  ho provato queste patatine e sono troppo buone. Ti lascio la ricetta per alleviare il dolore dell’inizio settimana. Buona Giornata!

Foto – Spiegazione – Chiusura. Finito.

No vabbè ma dai non ce la posso fare. Insomma però davvero senza tanti giri di parole: UGUALI. Sono UGUALI. Uguali alle Patatine Chips nel sacchetto. Sì proprio uguali a quelle che mangiavo spiaggiata sul divano quando in preda alla depressione adolescenziale guardavo Mystic Pizza e Pretty in Pink in videocassetta sognando di dimagrire e diventare un’illustratrice e una scrittrice (anche tu hai visto Bella in rosa in videocassetta mille volte, vero? E se sei del 1990 mentimi e dimmi che sei della fine anni settanta o giuro che questo Lunedì si trasforma in qualcosa di veramente bruttobruttobrutto perché ti rigo la macchina e ti scoppio le ruote. Menti. Sei almeno del 78. Posso accettare massimo un 80, chiaro?).

Ho sempre amato in maniera viscerale le patatine. Il mio “comfort food” quando portavo a spasso 140 chili erano le patatine. Tra la vastissima gamma di schifezze che mangiavo ne avessi dovuto scegliere una sarebbe stata sempre lei. La Patatina. Pringles e San Carlo da quando ho cominciato la dieta hanno avuto un calo di vendite del ventimila per cento. Da tre anni e mezzo non toccavo una patata. Bollita? neanche. Al forno? neanche.

Proprio per una questione di principio (leggi: questione di principio stupida). Perché non ero pronta ad affrontare e fronteggiare il Mostro (rivelatosi tale) Patatina. Eppure con molto orgoglio e un pizzico di commozione perché no, posso asserire che ieri io un altro mostro l’ho affrontato.

E ho mangiato ben TRE sior e siore ribadisco TRE patatine chips fatte al microonde da me (senza olio. Ma diciamo che siamo al primo duello). Ed è stato un momento familiare importante. Una stupidata per i più ma non per me e noi. Ci sono gesti privi di valori per alcuni che in mondi paralleli, distanti e sconosciuti rappresentano tutto. So che questo tutto potranno capirlo in pochi ma. Sono loro che mi interessano.

Oggi voglio condividere il primo reale esperimento che ho fatto (e che Cri e Ale hanno seguito con un backstage via sms-fax-mail-file audio perché sono sempre con me/noi). Basterà seguire poche accortezze per ritrovarsi tra le mani un “piatto proibito” che improvvisamente diventa sano e genuino.

La lotta tra il bene e il male in una semplice patatina da sgranocchiare. E vince il bene. E vincono i sogni realizzati.

Perché ero seduta sul divano a sgranocchiare tre piccoli mostri croccanti e buonissimi. Ero una illustratricescrittrice (poco importa se prossima al fallimento). Avevo Pola accanto che commentava con me il servizio su Carmen Russo vestita glitterata. Papà aveva mangiato un piattone di pasta e pure il gelato. Il resto non conta. Non esiste.

Le tre patatine più buone della mia vita. E molte altre ce ne saranno.

Bando alle ciance, no? Pronti. Carta e penna! (e pure Moment perché quando parlo faccio scoppiare un mal di testa incredibile). Beaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa celabbiamofattaabbracciami! (Se non conosci Bea di Bimbografie fai prima a disdire l’abbonamento internet e ad andare a letto senza patatine!)

Taglia le patate con un’affetta verdure o adopera un coltello (meglio se di ceramica). E’ importante che siano sottilissime per l’ottima riuscita della ricetta.

Lava le fettine sciacquandole più volte in modo da far andare via l’amido

Asciuga le patate tamponandole

Disponile nell’aggeggino intervallando di almeno uno spazio perché potrebbero attaccarsi (dipende dalla forma e dalla grandezza delle fette naturalmente. Se sono piccole e non si toccano non preoccuparti e usa tutti gli spazi. Le mie erano piuttosto lunghe e si toccavano. Mi sono resa conto comunque a prescindere che facendole pian pianino e di volta in volta vengono nettamente meglio ed esteticamente più somiglianti)

A 800-850 Watt per 4 minuti se si possiede l’aggeggino. Si può tranquillamente controllare il grado di cottura aprendo e chiudendo senza rischiare di compromettere la cottura. Se il tuo microonde non possiede la regolazione del wattaggio non preoccuparti e cuoci alla massima potenza perché mi sono informata e generalmente è 600 W. In quel caso 4 minuti non basteranno ma ne occorreranno almeno sei (ho provato con il mio a 600 W e il risultato non è stato perfettamente uguale e sono venute meno “bollicine” tipiche delle chips ma sono ugualmente buone e croccanti)

Insaporiscile dopo infilandole in un sacchetto e agitandole con un po’ di sale. Aggiungendo prima il sale si rischia di compromettere l’esatta essiccazione della patata.

Se non possiedi l’aggeggio potresti adoperare la griglia che danno in dotazione (non a me ahimè) per il grill del Microonde (e l’ho persa io, uffa. Ne ho acquistata una online così da poter fare anche questo esperimento). Al momento io ho adoperato il piatto per vedere un po’ come venivano. Perfette ma bisogna oliarle con un pennellino (e speziarle come si preferisce. Paprika? curry? zenzero? fai tu! divertiti e scatena la fantasia!) e girarle a metà cottura perché è chiaro che le patate a differenza del “metodo aggeggino” respirano diversamente e non hanno l’opportunità di cuocere uniformemente con le pareti patatose libere (pareti patatose è un termine tecnico, sì) .

 

E…..

Se sei già con una patata in mano al grido di “le voglio provaaaaaaaaaaareeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee” e hai tempo e voglia di raccontarmi il tuo esperimento, io sono qui per condividere considerazioni, opinioni e migliorie (puoi postarmi la foto su Facebook che è il metodo migliore e veloce o in email info@maghettastreghetta.it; che è il metodo peggiore perché non riesco mai a controllare le email. Sto leggendo quelle di Ottobre 2011 giusto per dire).

Insieme vinceremo! Otterremo la patina perfetta! (ora datemi un ansiolitico per piacere perché l’esaltazione è ai massimi storici). Aspetto foto, notizie, pernacchie, qualsiasicosa. Davvero qualsiasi.

Che sia una settimana ricca di eventi patatosi.

Iaia mi aiuti per acquistare l’aggeggino?

Certo che sì !

Clicca qui su per quello che ho adoperato io (visto il malcostume generale ci tengo a precisare che non ho alcun tipo di accordo con Amazon frizzi e lazzi. L’ho comprato semplicemente lì come faccio con il novanta per cento delle mie inutilità e quindi segnalo Amazon ma qualora si volesse tentare per altre strade basterà cercare online “microwave chips maker” e viene giù il mondo. Anche CasaBento ne è fornito e ha uno shopping online, come ribadisco da anni, perfetto e con un servizio celere, onesto e preciso. Ne ho presi due lì per fare dei regali. Tutto perfetto. Clicca qui per la scheda del prodotto )

Clicca qui su per un altro aggeggino ( che ho acquistato e sto aspettando in modo da fare un raffronto)

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L’albero di Pasqua

 

Manco da tanto tempo su Style, ahimè. E mi vergogno MOLTISSIMO. Visti gli eventi catastrofici nel privato è stata una scelta non voluta. Forzata.

Ma niente paranoie o tediosi lamenti. Si riparte e si riparte dalla Pasqua !

La resurrezione (cade a fagiolo, no?)

Da due anni ormai c’è la Rubrichetta dall’originalissimo (sì, ironia mode on) titolo “Fantasie di Pasqua”. Cliccando qui si potrà recuperare il tempo (fortunatamente) perduto con me e le mie conigliate e uovate. Cliccando qui invece si avrà accesso a tutta la sezione delle Ricette Pasquali presenti nel mio Archivio; e ce ne sono davvero tante perché come ho ribadito soltanto 20394832483492083409 ( ben conscia del fatto che non interessa a nessuno e forse neanche a me, a dirla tutta) volte a me la Pasqua non è che piace: fa letteralmente impazzire.

Il Natale 2012 programmato per tutta la mia esistenza non è andato male. E’ stato semplicemente tragico, surreale e di una tristezza talmente infinito che Leopardi e il Pessimismo Cosmico sembrano essere un puntatone di Voyager a confronto ( l’unico programma che considero “comico” insieme alle diatribe politiche. Diffido sempre di chi ride guardando Zelig o Colorado Cafè o ciofeche immonde volgari di tal portata). Mi sono ripromessa che qualsiasi cosa accada. Qualsiasi Alieno sbarchi su questa terra.

Qualsiasi Bambolina Voodoo con le mie sembianze stia subendo torture psicologiche e fisiche con stuzzichini ( quelli che si infilano nelle torte e “si tirano fuori quando asciutto”, sì) IO NON CEDERO’ e quest’anno il Gikitchen si tingerà di:

Coniglitudine estrema.

Alla facciadelbicarbonatodisodio.

Lo scorso anno grazie alla mia Rubrica Fantasie di Pasqua, alle Uova Pulcino ed a tutta quella serie di fesserie ipergalattiche che ho sparato in rete del resto ho conosciuto una persona indimenticabile. Un’amica. Eh sì proprio Charlie di Pastiglie Leone (non sai chi è Charlie? Vergogna! clicca qui!) . Voglio credere fortemente che la Pasqua sia Resurrezione, sì. Anche per chi lotta. Che ci sia ancora Charlie da abbracciare. Pastiglie da mangiare. Sogni da realizzare. Giri in gommone da fare con Turi. E. Tantotantotanto altro ancora. Cose semplici. Normali. E proprio per questo eccezionali.

 

La Rubrica Fantasie di Pasqua riprende da dove era rimasta. Giusto una  rispolveratina alle uova passate la facciamo no? E allora? Si parte! Niente Mega Noiosi Riassunti; pian piano tiriamo fuori il passato. Lo mescoliamo al presente e lo facciamo diventare Futuro. Colorato.

Sì sono impazzita. E ho colorato addirittura. Io che nelle mie illustrazioni adopero sempre e solo bianco, nero, grigio e rosso ho deciso che per questa Pasqua occorreva un cambio di rotta. Per non avere paura. Neanche del verde e del giallo. Ho adoperato tanto di quel verde così impavida e convinta che non ho potuto che essere orgogliosa di me. Sensazione tra l’altro sconosciuta.

L’Albero di Pasqua è una tradizione tipica Tedesca. Da diversi anni, ormai (ovvero da quando convivo con il Nippo. Uhm…e siamo a quota sei anni) non faccio in tempo a smontare l’albero di Natale, organizzare due dolcetti fritti per Carnevale che ho già tirato fuori coniglietti e uova. Quest’anno non sarà neanche ad Aprile come lo è generalmente ma il 31 Marzo; questo significa solo una cosa: SIAMO INRITARDOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO ( sì. Sto gridando e sto pure agitando i capelli nervosamente. Pure il piedino batto. Come se stessi ascoltando heavy metal pesante).

La prima volta che ho sentito parlare delle uova colorate è stato grazie alla mia bellissima Zia Luci; tra l’altro so che la mia zietta mi legge. La cosa, oltre ad intimidirmi ed emozionarmi parecchio, mi fa felice. Vorrei un giorno poterla avere qui come special Guest Star in una sua interpretazione Culinaria perché nonostante siano passati trenta ormai- ammappatecomesovecchia- non ho mai dimenticato le sue Patate alla tedesca con speciale salsetta. La maggior parte dei poveri martiri che mi legge ( siete dei santi!) sa quanti anni ho ( venticinque più iva al venticinquemila per cento, sì) ergo sarebbe facile immaginare la Zia Luci come Donna di una certa età che cucina Knudel con rigoroso Accento Rattzzzinger. In effetti Crazia un po’ lo dice ( ed io la amo) ma ha praticamente la mia stessa età perché intercorre a stento un decennio tra di noi ed è di una bellezza inenarrabile. Con due occhi che fanno paura per quanto sono meravigliosi.

La zia Luci, quando ero piccola, mi ha raccontato di queste uova colorate. Che si svuotavano. Che si coloravano. Ed io che ho sempre avuto un’insana passione-terrore per l’uovo tanto da dedicargli un progetto visivo ( eggland) ne sono rimasta sin da allora affascinata. Diversi sono stati gli esperimenti negli anni ma mai mi sono seriamente dedicata come quando ho avuto una casa tutta mia ( non che con mamma non l’avessi avendo sempre avuto a disposizione millemila metri quadri solo per me) ma si sa: si sperimenta, si cresce e la “propria” casa si sente sempre un po’ più specchio di se stessi. Per questo motivo ho subito iniziato a comporre l’albero di pasqua.

Dapprima con le uova vere. Poi con le decorazioni. Poi con il Panno Lenci. Poi con qualsiasi cosa. Ad oggi ho davvero accumulato un bel po’ di ricordi fotografici in fatto di alberi Pasquali.

La tradizione tipicamente tedesca si è poi diramata in diverse Nazioni del Nord Est; non è atipico infatti vederne anche in Austria , Ungheria , Repubblica Ceca, Polonia e Ucraina. Certo ormai anche negli Stati Uniti ( ma vedremo come esistano altre simpatiche tradizioni tipicamente americane ) sino ad arrivare in Francia, Spagna e Italia stessa. Un vezzo carino, per alcuni semplicemente consumistico e per altri un’idiozia. Un po’ come l’albero di Natale. Ci sarà il Grinch Pasquale (si chiama Gronch? Da me si chiama sempre Nippo, si sa) . Ci sarà l’esaltato della Coniglitudine (semua’!) . Ci Sarà sempre chi la penserà diversamente ma  da un puro e mero oggettivo punto di vista per quanto concerne l’arredamento l’Albero Pasquale è indiscutibilmente:

bello.

( ah il dono della sintesi )

Nessuno osi sostenere il contrario ( o lo sostenga ma mi sorregga perché potrei pure avere un mancamento. Santouovo! Come si fa a vivere senza Albero Pasquale?). Quattro settimane prima della Pasqua la famiglia, soprattutto i bambini, si comincia a svuotare e decorare le uova in vista dell’organizzazione dell’albero. Si perforano per fare uscire il contenuto e si fanno tante frittate (colesterolo a duemila, sì). Si colorano con la tempera o acrilico e i bimbi si divertono come matti. Naturalmente si parla del metodo strettamente tradizionale perché è chiaro che ormai tra svuotare le uova- colorare le uova- asciugare le uova- riprendere le uova che si sono rotte- eblablabla, la “mamma moderna” acchiappa tre pacchetti di uova finte decorate su amazon con il 20 per cento di sconto e amen. Le attacca la domenica mattina di Pasqua e ciao. Le butta dentro il cassetto che domani c’è Pasquetta e deve stirare un mucchio di roba ma.

Ma siamo qui per sognare. Per credere che ancora ci sia il tempo di svuotare le uova. Dipingerle. Accarezzare i capelli dei bambini che disegnano animaletti sul guscio (magari non accarezzandoli con le mani fatte di tuorlo anche se fa molto bene al cuoio capelluto. Cosa sto dicendo?).

Post dove ho parlato dell’Albero Pasquale:

Qui>>>

Qui>>>

Il Nuovo Albero di Pasqua edizione 2013 di Iaia dov’è ? Presto un Video ( come se fosse una cosa bella, ok? fingiamo)

 

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Le FumettoRicette di Iaia Guardo e Maghetta Streghetta

Tratto dal mio blog. Post del 12.12.12. alle ore 12.12

Sto tremando e non un po’. E se sta succedendo è perché suppongo che non abbia mai scritto niente di più importante. Emozionante. A tratti straziante.

 

Sono seduta su un terrazzo enorme. E’ quello di casa dei miei. Di casa mia. Ho undici anni e si sta avvicinando il 12.12. Ho un walkman bianco e una cassetta che porto indietro. Schiaccio play su Whitney Houston fino a ustionarmi le orecchie. Non ricordo esattamente quale canzone ci fosse in quell’esatto momento. Direi una bugia ma oggi suppongo di poter asserire (con poco margine di errore) fosse I wanna dance with somebody ed è per questo che mentre ticchetto la mando a tutto volume disturbando il vicinato, il volpino con la coda arrotolata e la gente che va dall’avvocato per divorziare (beati loro).

Non ero una bimba come tante perché la mia vita non è mai stata come tante. Ero una bimba. Tonda. Molto tonda. Mangiavo cioccolatta, perché in Sicilia si chiama così con due t e va sempre al femminile, invece che pasta. Ricamavo, cucivo e facevo la maglia. Andavo in chiesa con Nonna Grazia che mi aveva ammazzato il coniglio bianco Neve e Zia Mimma (mamma di papà e sorella zitella zoppa che aveva perso il suo amore durante la seconda guerra mondiale). All’uscita della chiesa mangiavo cipster e alle sette spiaccicata davanti a una finestra aspettavo che mamma tornasse. Con una matita per colorare. Con un foglio. Con un vestito per la barbie. E che poi papà ci raggiungesse a casa. Per abbracciarlo forte fortissimo e tenerlo stretto. Raccontavo cosa era accaduto durante l’ultima puntata di Leonela e i Anche i ricchi piangono (con molto entusiasmo, inciso) e quanti chili di scacciata con le patate e broccoli avevo mangiato seduta su di un divano tra coccole, grattini e ricami. Aspettando che quelle sette arrivassero in fretta.

C’è stato un collegio, delle regole rigide e un’educazione importante. Un disagio fisico e una malattia con il cibo che non mi abbandona ma con la quale ho imparato a convivere. Lottando. Perdendo. Vincendo. Secondo momenti e periodi.

Ci sono stati tanti amici, in definitiva tutti veri a modo proprio; solo un po’ sprovveduti ma non più di me. Tante delusioni come tutti e poche persone inutili. Perché quelle che ho creduto fossero tali in realtà mi hanno insegnato esattamente cosa non volevo, e non voglio, essere.

Una vita, qualsiasi essa sia, è difficile da raccontare. Soprattutto quando compi trentacinque anni perché tanti sono. Ma se per favore continuiamo a dire venticinque sarebbe meglio. E’ complicato spiegare che tempo fa Giulia non esisteva ma solo Grazia. Come lo è indossare maschere e toglierle.

Oggi sono solo quella bimba sul terrazzo. Perché è cambiato davvero poco da allora.

Aspetto il 12.12.

Ricordo che stavo per compiere dodici anni e che quindi era davvero molto importante come avvenimento. In un attimo quel pensiero mentre con il walkman in mano cantavo aiuonnadenuitsambadi dando prova di una vera e propria scarsa propensione alle lingue.

Quel pensiero.  Lo stesso che non mi ha abbandonato mai sinora.

E cosa succederà il 12.12.12? Cosa sarò? Chi sarò?

Ho avuto forti difficoltà a capire quanto tempo sarebbe passato. Ventitre anni. Dovevo attendere Ventitre anni. Nel mio immaginario ero già in procinto della pensione e nonna. Sarei stata una donna grande, sposata, con figli.  Avrei avuto una casa, due cani e tante paperelle. Pure un cavallo e conigli. Una fontana dove far stare tartarughe e una grande macchina per andare a prendere i bimbi a scuola. Tanti nani ma proprio tanti; capaci di aprire porte magiche e boschi incantati. Avrei apparecchiato tavole enormi e avuto una casa in ordine, splendente e organizzatissima. Tantissimi amici, urla e risate. E tante altre cose. Con dettagli rigidissimi (tipo che il bagno doveva essere nero o la cucina un’isola grandissima e il salotto con il camino. Avevo fatto una piantina, sì).

Cambiavo molto spesso però la modalità e il contesto. Una volta avevo due figli. Poi solo uno (ipotesi più gettonata). Una volta stavo con un pianista. Un’altra con un dottore. Un’altra con un pilota di aereo. Un’altra con un uomo di colore perché mi piaceva l’idea di prendere un bimbo nero con i capelli ricci all’asilo ma poi ho pensato che potevo comunque adottarlo. Un’altra con un Giapponese.

Ero alta magra bionda con gli occhi azzurri. Ero rossa bassa e grossa. Ero enorme brutta e abbandonata.

Gli scenari erano sempre diversi nonostante (pochissimi) alcuni punti fermi, tipo l’arredamento della casa, venissero conservati in maniera maniacale.

C’era solo una cosa che rimaneva sempre invariata. Una cosa che non ho mai cambiato nei miei sogni e speranze: Il lavoro che volevo fare. Quello che volevo diventare ed essere.

Un’Architetto dei sogni. Un costruttore di favole. Come il mio papà. Lui costruiva case e poi le illuminava. Io costruivo mondi e poi li coloravo. Perché c’è sempre stato in me il fortissimo desiderio di essere esattamente come lui. Esattamente.

Una scrittrice. Una illustratrice. Una donna che scriveva e disegnava e che raccontava ai suoi figli, ai suoi nipoti, agli amici deifiglideinipoti e.

Che nelle sue infinite e innumerevoli librerie in alcuni angoli nascosti vi erano dei volumi. E il suo nome era lì. Stampato.

Mamma, l’ho raccontato più volte, anche lei fabbricatrice di universi mi costruiva una tenda e mi invitava ad inventare sogni. E mondi. E allora mi infilavo lì sotto e zitta zitta chiudevo gli occhi. Un giorno ero una maghetta. L’altro giorno ero una strega cattiva in cerca di un talismano. L’altro ancora ero un guerriero. E una principessa. E una. E uno.

Papà si affacciava e diceva “è qui il mio amore?”. Mamma arrivava e diceva “è qui la mia tata?”. Ed io sì. Ero sempre lì.

Sono lì.

Ad aspettarli inventando mondi. Mostrando loro quello che ero, e adesso sono, capace di fare (seppur poco) con le mie forze. Senza nulla in mano. Senza il mio cognome. Senza studi. Senza i loro sacrifici. Solo con la mia piccola mente e le mie manine paffute con i calli per via di quelle matite colorate tenute troppo strette.

Mamma vedendomi scrivere, disegnare, inventare, raccontare, un giorno guardandomi negli occhi con una luce che mai dimenticherò mi ha detto:

“Tata un giorno mi fai un libro? Un libro solo per me”

“Te lo prometto mamma”

Quando quest’estate non ho potuto raccontarvi quello che mi stava accadendo è stato difficile. Da gestire, organizzare e sistemare. Avrei voluto condividere non per sputare felicità quanto per essere rassicurata da quella parte malvagia che mi odia e mi spinge a credere di non potercela fare. Se sino ad adesso non ho raccontato nulla è perché non ho potuto. E per un po’ non ho voluto.

Sono stata contattata dalla più grande casa editrice italiana: Mondadori. Non lo dico con il senno di poi o perché “devo”; a me non importa nulla di magheggi e operazioni di merchandising e chi mi conosce un minimo lo ben sa. Ma Mondadori nel mio immaginario era il punto di arrivo di una carriera sfavillante. Un riconoscimento monumentale per un autore che aveva faticosamente e giustamente fatto gavetta per una vita intera.

Mondadori, il grande sogno. Come la Maratona di New York per papà. Come un mondo senza gas e microonde per Nanda.

Non mi nasconderò dietro un piccolo dito di nano da giardino asserendo che me lo sono meritato per via di competenze e studi. Ci sono autori e artisti geniali che non vengono pubblicati. Che non riescono per una vita intera a sperare soltanto di potersi fregiare di un’autorevolezza di tale portata.

Eppure a me è successo. Come in una fiaba.

E’ successo così.

“Ciao Iaia siamo Mondadori. Ci piaci. E stiamo pensando di fare un libro con te. Ne vorresti parlare?”

*bummmm* suono sordo di Iaia che cade dalla sedia.

Ho iperventilato e pianto per un tempo inquantificabile. Sono stata ore a pensare come rifiutare perché sicura di non essere all’altezza. Ho vissuto attimi di terrore ed emozione. Ho creduto ad un pesce d’aprile per mesi (anche adesso, vabbè).

Se sono alla fine di questo percorso non è perché poi qualcuno è riuscito a convincermi di essere all’altezza delle aspettative e pronta per un passo del genere. E’ successo perché in questo cammino ho incontrato una Sirena. Dai capelli rossi. Capace di cantarmi magie ipnotizzanti. Sussurrandomi sicurezze e rivangandole in antri nascosti di un io che non conoscevo. Ed è a lei che dedicherò la mia prima fiaba, attualmente in lavorazione.

Ho avuto l’immensa fortuna di non avere accanto una casa editrice.

Ma dei grandi professionisti, travestitisi da amici-parenti-personechesivoglionobene, che tutti intorno si sono uniti a me. Proteggendomi. Supportandomi. Sopportandomi. Senza riunioni di lavoro, direttive e pressioni. Soprattutto in questo ultimo periodo molto delicato per me da un punto di vista personale vi è stata una stretta ancor più forte. Una rete di comprensione e amore che mi ha insegnato tanto da non farmi strappare tutto e dire:
basta.

Per arrendermi e non mantenere la promessa fatta a mamma. E a papà.

Sognare è facile per chi ha una vita fortunata come la mia. Inventare pupazzetti, saltellare tra le nuvole e sconfiggere i mostri non è difficile per chi vive nel lusso, che sia materiale o dell’amore, poco importa. E’ complicato, a dir poco, invece continuare a farlo davanti alle difficoltà che la vita ti presenta. Per questo motivo mai per una volta in questi giorni terribili mentre guardo papà che non riesce a buttare giù mezza dose di meritene non mi chiedo “perché è successo a me?”.

Perché a me sono successe tante, troppe e tutte cose belle da che ne ho memoria. Non significa certamente che una cosa brutta la meritassi ma al contrario conferma quello che il mio grande papà mi ha insegnato:

che non importa quanti soldi hai e se li hai. che non importa quanti amici e conoscenze hai e se li hai.

Importa quello che sei.

E si può essere perdenti o vincenti. Nelle più piccole cose sino ad arrivare alle più grandi. E io sono figlia di Turi Guardo, un Vincente. Sempre. Anche nella malattia che sconfiggerà senza paura.

E senza paura affronterò anche io la mia vita e il mio sogno; è magico proprio come si immagina ma è anche molto faticoso. Occorre disciplina, sacrificio e caparbietà. Occorre cuore e testa e isolamento.

Il libro di Maghetta Streghetta, che verrà firmato Iaia Guardo giusto compromesso per la Grazia che è il mio unico e vero nome ma non mi è mai appartenuto completamente e Giulia che è il mio unico e vero finto nome ma non mi è mai appartenuto completamente, uscirà in tutte le librerie tra Marzo e Aprile 2013. Non vi è ancora una data. Mi piace perché il 17 Aprile 2008 per la prima volta ho infilato il tubo della nutrizione parentale. La mia rinascita fisica.

La mia rinascita mentale e sognante, adesso.

In questo periodo vi è la chiusura di tutto il lavoro. Devo sistemare, catalogare, decidere cosa sì e cosa no. Poi verrà la correzione delle bozze e. E poi ci saranno le presentazioni in giro per l’Italia che conto di non compiere nel modo consono ma che vorrei fossero feste. Solo per abbracciarsi. Conoscersi. Mangiare un gelato.

Una vita “pubblica” che mi terrorizza mi attende a dispetto di tutto ciò da cui sono sempre (ri)fuggita. Ma il sogno di poterla passare tra voi che amo, bambini, abbracci e disegni sperando di portare tutti nei miei mondi e soprattutto andare nei loro e vostri, mi rassicura. Mi rende viva. Come mai.

Avevo già deciso che tutto il mio compenso sarebbe stato donato all’AIRC, per la ricerca sul Cancro. Lo avevo fatto pensando ad Agata. Al suo coraggio e ai suoi sogni mai realizzati.

Adesso lo faccio anche per il mio Papà. Lo faccio anche  per l’Ingegner Suocero. Lo faccio anche per Francesca. Lo faccio anche per l’Ingegnere. Lo faccio anche per Giuliana.

E lo faccio per tutte quelle persone che ogni giorno si alzano. Lottano. E vincono. Vincono sempre. Perché non sono mai perdenti. Proprio come me.

E lo continuerò a fare finché avrò fiato in corpo. Fino a quando qualcuno non mi dimostrerà il contrario di quello che ho sempre pensato:

Sono i sogni la vera vita. I voli pindarici. Le speranze. Tutto quello che non si è potuto realizzare e fare. E’ quella la vera vita.

E’ la fantasia.

E Agata vive. Mio papà mangerà l’amatriciana. Ho mangiato il fritto misto alla piemontese con l’Ingegner Suocero.  Francesca con il suo poncho verrà sul gommone con me e la Sirena. Papà costruirà un trullo con l’Ingegnere ed entrerà acqua da tutte le parti. Giuliana ed io compreremo porta Ipad con brillanti fucsia a Sankt Moritz.

E ci saranno tanti Suricata. Tantissimi. Suricata Fucsia.

Spero che la notizia di Maghetta Streghetta in libreria, sulla quale non anticipo nulla riguardo il contenuto non per scaramanzia (mappperfavore!) quanto per il fatto che ci tengo tantissimo sia una sorpresa, venga accolta come una festa. Non è il regalo che io faccio a voi. Ma il regalo che ho ricevuto io. Perché se è successo è grazie a voi.

Vi voglio bene.

Molto.

Perdonate tutte le mie assenze e i miei momenti di difficoltà.

Grazie per essermi stata vicina. E per continuare a farlo. E’ un’avventura questa che spero, se mi darete l’onore, di poter fare insieme a voi.

A tutti voi.

 

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Ti va di passare Halloween con me?

E’ un periodo molto difficile, intenso e ricco di impegni blablablabla. Non arrivo a far tutto quello che vorrei fare blablablabla. Mi dispiace molto non poter scrivere quanto vorrei qui su Style. E.

E non sono l’unica, ergo la smetto di lamentarmi tediando e passo ai fatti. Faccio un biglietto di sola andata per Onolulululu (mi è sempre piaciuto scriverlo, e dirlo, così) e apro un chiosco dove si servono Virgin Mojito e arancini al sapore di menta solo a chi indossa orrendi trikini. Cosa sto dicendo? Ah sì.

E non sono l’unica, ergo la smetto di lamentarmi e passo ai fatti.

Sul mio blog è in atto già dai primi di Ottobre una Rubrichetta interamente dedicata ad Halloween. Spunti per apparecchiature veloci (anche dei segnaposto da scaricare e tante sorprese in arrivo) e  idee (culinarie ma anche no) che richiedono quattro minuti per la realizzazione. L’esorcizzazione della paura e quindi la ridicolizzazione fanno proprio bene all’anima e da quando me ne sono fatta una ragione vivo questo periodo terrrrorizzantemente ( si può dire si può dire) goliardico senza pormi domande esistenziali del tipo ” sì ma è naamericanatacheschifo”. Fermo restando che ormai il Natale, Pasqua e Carnevale sotuttenaAmericanata).

I motivi per questa esasperazione Halloweenareccia li ho spiegati brevemente qui con non poche difficoltà. E’ importante costringere e obbligare se stessi a curare ricordi dolorosi per trasformarli in sorrisi. Non importa quanto tempo si impiega per farlo. E’ cominciare la vera vittoria.

Giusto per dare una rispolveratina a tutto quello che al Gikitchen si è fatto durante il periodo di Halloween lo scorso anno (e l’anno prima ancora) ecco qui qualche diapositiva. Basta cliccarci su per venire catapultati nel post e dare una sbirciatina alle ricette.

Le uova di Drago!

Semplicissime uova sode ( sul web impazzano sotto il nome di uova marmorizzate ma quale migliore occasione per spacciarle come uova di Drago?).

Una volta cotte con l’aiuto di un coltello colpire il guscio senza romperlo. Si devono creare delle crepe leggerissime (io ad alcune ho inferto colpi preoccupanti e il risultato sono quelle parti molto più scure senza ramificazioni ma tremendamente orrende ugualmente).

Rimettere sul fuoco per un’ora a fuoco bassissimo dopo averle ricoperte di acqua con 3 cucchiai di the nero abbondante e 3 cucchiai colmi di salsa di soia (in assenza della salsa di soia si può adoperare anche l’aceto balsamico ma non ci giurerei perchè francamente non ho provato).

Freddare, sgusciare e stupire in poche semplicissime mosse ( il sapore? orrendo. Ma scenograficamente perfette).

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Alcune immagini dal mio Instagram dello scorso anno ( mi trovi, se ti fa piacere, con il nick maghettastreghetta)

Il fantasmino minacciatorecaramelloso è opera della mia bellissima Chiari e nipotina (strepitosamentebellissima) Zelda.

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Come sopravvivere in Sicilia (terza puntata): Le trattorie in Sicilia

Spesso si ha voglia di trascorrere una serata informale, senza troppi impegni mentali ma soprattutto casalinghi.  Un vestito comodo alla buona, un ambiente estraneo seppur familiare e non mondano; quella coccola di non dover sparecchiare e lavare i piatti senza spendere una fortuna. Le scelte ormai sono tante e forse troppe tra pub, bistrot, pizze volanti, street food, ristorantini vegani, fast food, slow food, piadinafaidatè, tre kebab al prezzo di uno, etnici, cambogiano, russo e srilankese (esisterà?) e altre tipologie a caso inventate talvolta sul momento.

Il concetto di trattoria sembra quasi ormai essere scomparso o finito verso il dirupo dell’oblio, ahimè. Il nome stesso, rustico e poco altisonante tra le varie terminologie a cui siamo ormai avvezzi in questo periodo, rievoca quasi un senso di pesantezza (che poi ci si spari in vena overdorse di Junk Food è un altro discorso). Che trattoria incosciamente rievochi un trattore?

Nell’era del glamour anche a basso costo dove tutti devono essere un po’ fashion victim e votati all’apparenza, la formula rustica della vecchia amica trattoria pare essere quella meno accettabile.

Non ci si accontenta più di uno spaghetto alla buona con salsa di pomodoro e un arrosto misto con patatine fritte poggiate su un tovagliolo di stoffa quadrettato, per rispettare i clichè, o su quello di carta arrotolato alla meno peggio dentro il bicchiere. Le travi al tetto sì saranno pure romantiche da due cuori e una capanna, ma queste luci ipergalattiche che si riflettono sull’alluminio e su elementi di illuminotecnica avanzatissima ipnotizzano. E allora via quei faretti con la lampadina a fungo (deformazione professionale la mia, già) e tripudio di cavi tesi e binari e proiettori a Led.

Allora ci si lascia prendere più dall’ambiente piuttosto che  da quello che viene servito sul piatto. Un bel piattone di pasta viene sostituito da una tartare su un letto di qualcosa con chips che navigano su vellutate al sapore di qualcos’altro e altro ancora( e talvolta ci sono pure pop corn in queste vellutate eh. E devo riprenderlo questo discorso mi sa); perché in teoria sì l’ambiente dovrebbe in un certo qual modo rispecchiare anche il microcosmo che ti ritrovi sul piatto (nei miei li vedete i nani da giardino vero?)

Fatto sta che a me la trattoria piace. Poco mi cambia in termini di scelta perché come ho gravissimi problemi, a meno che non mi trovi in un ristorante vegetariano-vegano, di scelta nel locale glamour-chic-etno-frizzielazzi ce l’ho anche lì. In Sicilia la trattoria è un luogo di culto e un mondo a parte.

E io oggi dov’è che vi porto per il Tour “Te lo spiego io come sopravvivere in Sicilia?”. Già. Proprio in Trattoria. Ecco la terza puntata ordunque di questo manualetto in progress che aiuterà i forestieri a vivere nella mia terra ( è sorprendente tra l’altro come io riceva continuamente ringraziamenti per la mie idiozie. Chi è stato qui in Sicilia e mi ha inviato foto su Twitter di iris inzuppati in granite e arancini inzuppati ovunque, pure nel cappuccino, mi ha commosso e lusingato).

( prima puntatona sui pezzi della colazione la trovi qui )

(seconda puntatona, si fa per dire, sui pezzi di tavola calda la trovi qui . Quel pezzo che su Style era finito in Home page lasciandomi felice assai, insomma sì)

Le trattorie in Sicilia. Svolgimento.

Mettete un mocassino comodo, magari non scamosciato e un jeans con camicia e giacca come si faceva nei meravigliosi anni ottanta. Evitate quelli di colore bianco da abbinare al sopra pastello perché potrei schiaffeggiarvi;  al contrario di tutte le donne vi consentirò di indossare il calzino bianco a patto che sia lungo e che non si veda. Se lo usaste rosa si raggiungerebbe l’apice della mia stima. Un uomo, qualche sera fa, indossava un calzino rosa fluorescente a micro pois e gli ho giurato amore eterno. Ma non è questo il punto ( o forse sì?)

Per le donne un vestitino informale andrà più che bene o se proprio vogliamo farla benebenebene una tenuta sportiva sarà perfetta: pantalone con camicia (e foulardino nel caso proprio in cui non si resiste al tocco glam)  che fa “uscita serale ma sportiva”. Qualsiasi abbigliamento andrà bene ma dovrà rispettare un’unica regola: la possibilità di sbottonarsi i pantaloni avendo un capo sopra abbastanza coprente e di conseguenza non scegliere MAI un abito attillato. Pur non soffrendo di meteorismo o gonfiore addominale vi assicuro che in una Trattoria Sicula l’addome vi si gonfierà eccome.

Sulla Trattoria Siciliana, in realtà,  si potrebbe disquisire fino a Natale 2098 ma credo pure 2981; avessi il tempo lo farei (ma devo organizzare le scarpe e infilarle in valigia. E come si fanno entrare 893 paia di scarpe in un trolley da 40 litri?BOH!) . Innanzitutto occorre precisare che già di norma al Sud si paga meno e si mangia di più. Per filosofia di vita e default. Paragonare una “normale” trattoria alla formula sicula è un errore di valutazione madornale. Ripeto: Madornale.

Ma qual’è la regola per scegliere una buona trattoria considerato che in Sicilia su venti esercizi commerciali la bellezza di duecento offrono cibo? Se la proporzione matematica vi sembra strana siete in errore. Qui in Sicilia niente è come sembra. Noi siciliani saremmo capaci di infilare una rosticceria dentro una farmacia. Ci sono angoli dove si vende cibo pure nelle catene di abbigliamento. Teniamo moltissimo al cliente, noi. Se durante lo shopping un appetito improvviso ti fa collassare? Come puoi riuscire a sopravvivere senza un arancino di emergenza?

La regola suprema per scegliere una buona trattoria (e in effetti “un buon locale in generale”) è la: confusione.

Calma calma vi vedo confusi (e come potrebbe essere diversamente se a spiegare sono io?).

Prendiamo carta e penna e scriviamo, per favore che questo è un passaggio importante. Il Siciliano basa tutto sull’affluenza della gente in un locale seguito chiaramente dalla qualità dei prodotti. Vi sono delle vere e proprie “vie delle trattorie”. La più affollata è sicuramente la migliore o quella appena aperta e destinata alla solitudine e oblio. Quella accanto vuota scomparirà nel giro di pochi mesi. Perché vi è un riflusso continuo e persistente. Essendo la qualità davvero alta, tolti pochissimi casi in zone “particolari”, è un riciclo e un reinventarsi continuo. Una delle più famose trattorie di Catania offre la carne che ahimè (ahimè gigante) è molto in voga da queste parti: la carne di cavallo. Orrore e raccapriccio. Non mi dilungherò moltissimo su questa barbarie perché in effetti per me la differenza che intercorre tra un pollo-gatto-serpente-cane-cavallo è minima e se un giorno mai dovessi mangiare il vitello non vedo perché dovrei fare tante storie se in Cina mi offrissero una fritturina di cane con contorno di budella di gatto (sempre carne è). Fatto sta che qui a Catania quella di cavallo è la carne tipica per eccellenza; pullulano le trattorie sì ma non certamente rivolte a questa tipologia di carne bensì al *rullo di tamburelli siculi e maranzanu* pesce. Tadannnnnnnnnnn.

Ecco. Chi ha l’idea di un antipastino fresco con la fritturina di calamari, due vongolette, un’ostrichetta, una porzioncina minima di risottino di mare annaffiato da prosecchino e una grigliata mista con pezzotto di spada, due gamberoni tristi e un calamaro intero può pure andare a vergognarsi nell’angolino buio. Quello che per “l’italiano medio” nella trattoria di pesce è un bel pranzetto luculliano per un siculo è INDECOROSO e VERGOGNOSO.

Perché? Sempre carta e penna eh. Appuntiamo che è importante.

Non lanciatevi a proferire “antipasto abbondante” così come non vi venga mai in mente di dire a un siculo “abbondante per favore” in riferimento a una qualsivoglia porzione. Quello che per te è abbondante per il siculo è una micro-schifezza-piccoladataccagni, intesi?

Se l’antipasto ufficiale in una trattoria media sicula prevede ottantacinque portate di micro porzioni (secondo standard isolani micro porzioni, per il resto d’Italia: porzione per quattro persone affamate) nella variante “abbondante” potete pensare di far sposare vostra figlia e invitare pure la settima generazione. Un banchetto è quello che vi si parerà davanti.

Ma cosa si mangia come antipasto in una trattoria siciliana? Uff. Niente di che. Figuriamoci. Di base è chiaro che un pezzotto di parmigiana e una bella ciotolina di caponata non ve la toglie nessuno. Poco importa che nella parmigiana ci sia il prosciutto e l’uovo che cozzano un po’ con i bianchetti fritti e marinati nel limone. Da che mondo è mondo la caponata e la parmigiana s’hannadamangià (colpo di napoletano).

Parmigiana, caponata e insalata di mare. L’insalatina di mare è immancabile come l’insalata di riso. La prima prevede tutti gli abitanti conosciuti e non del mar Mediterraneo mentre la seconda include wurstel, vegetali, tonno e otto tonnellate di maionese giusto per mantenersi leggeri. E’ riso, mica pasta! Bisogna ricordare che per un siculo, soprattutto se catanese, mangiare un’insalatona di riso dà assolutamente diritto a una porzione abbondante di pasta. Perché? semplice.

Perché nell’immaginario comune l’insalata di riso è leggera. E’ una sciocchezza che occorre solo per aprire una piccola voragine nello stomaco e darci sotto con le vere pietanze. Un apri pasto. Uno stuzzichino.

Ricordo che all’epoca in cui facevo parte anche io della fazione “abbuffati selvaggiamente e mangia pure i piedi del tavolino dopo averli arrotolati nella porchetta” avevo questa immagine di leggerezza quando affondavo cucchiaiate di insalata di riso con la maionese. Del resto era riso e verdurine. Sì d’accordo c’erano solo tre barattoli di maionese ma contando che erano solo vegetali e riso che importanza avrebbe avuto se a seguire c’erano otto tranci di pizze, due primi abbondanti, un secondo e contorno, dolcetto e cannoli con un po’ di cassata e paste di mandorle?

Oh non vorremo mica morire da fame, eh.

L’antipasto della trattoria sicula quindi può tranquillamente sfamare un intero villaggio turistico all’ora di punta quando tutti tornano dalla piscina con canotti gonfiabili, bimbi con i braccioli di topolino e signore con il tatuaggio trasferello indelebile con i glitter che tanto si porta quest’anno. Parmigiana, cozze gratinate, primo sale con cipolletta annegato nell’olio extra vergine d’oliva, tripudio di pizzettine e assaggi di arancini. Un po’ di immancabili olive “cunsate” ovvero condite sino ad arrivare a pezzotti di salumi e fettine (fettine eh) spesse otto metri di salame, salame di cinghiale dei nebrodi, frittelline di finocchio selvatico e calamari fritti. Sì i calamari fritti. La classica fritturina di calamari che voi nella penisola prendete come secondo piatto qui nella stessa medesima quantità (se non leggermente aumentata di qualche chilo) fa parte del corredo: ANTIPASTO.

Non bisognerà stupirsi quindi di tutta questa esagerata generosità delle trattorie sicule. Sappiate che è lo standard minimo di sopravvivenza. Se avrete l’opportunità di visitare il locale con un siculo avrete difficoltà a rifiutare le patatine fritte come contorno del secondo piatto. Quando arriverà un vassoio  di due metri largo settanta centimetri con un sarago di tre chili, una tribù di calamari e centosettantasette chili di gamberoni imperiali. Perché dopo ci saranno la zuppetta di cozze di Messina giusto per gradire e un po’ di telline che non fanno mai male e sono leggere.

Dopo un’antipastino leggero e due varietà di primo che a volte cozzano terribilmente (tipo pasta alla Norma. Che la ricotta salata col gamberone a chi possiede un minimo di regolarità intestinale potrebbe far male) con la tipologia del secondo, è normale che si chiuda con qualche frutto di mare. Lo dice la parola stessa. Frutto di mare.

Un po’ di ananas per stare leggeri dove vi verrà rifilata una palla di gelato che lo vogliate o no. Perché è un po’ come chiedere fragoline. Ecco in Sicilia se chiedi le fragoline, in abbinato e di default c’è una palla (del peso complessivo di 700 grammi) di gelato alla vaniglia o al limone.

Se dopo l’esperienza “alla buona” nella trattoria sicula vi verrà chiesto “seltz al limone?” tenetevi pronti.

Il siculo è convinto che il seltz al limone faccia digerire e che da quel momento si possa ricominciare. E decidere dove andare per cena.

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